mercoledì 8 dicembre 2010

Risurrezione

Negli ultimi 100 anni grazie ai progressi dell'esegesi biblica, - inevitabili se si pretende un approccio scientifico ai testi sacri -, siamo arrivati ad una consapevolezza piuttosto diffusa sui limiti di una lettura storica e letterale dei testi biblici. O meglio, i teologi ci sono arrivati; il Vaticano, con mille riserve, pure (vedi la Dei Verbum); la gente ancora no. Il passaggio "culturale", cioè far sì che un sapere diventi diffuso, è sempre il passaggio più delicato. A volte la sapienza popolare arriva prima dei vertici, altre volte, come in questo caso, accade il contrario, ma il passaggio della comunicazione non sempre è cercato, voluto, costruito.
Effettivamente siamo ancora abituati a leggere i vangeli in termini di vero o falso, realmente accaduto o frutto di fantasia. Perchè il positivismo, con il suo dogma secondo il quale è vero solo ciò che è visibile ed empiricamente dimostrabile, ha attecchito nel profondo anche in chi allo stesso tempo crede nei miracoli, nelle apparizioni, nelle statue miracolose. Ad esso si aggiunga il potere del mezzo televisivo che ci ha convinto del legame indissolubile tra immagine e realtà. Nel reality show dei tg nazionali abbiamo confuso la realtà con una sua, spesso discutibile, interpretazione.
La Bibbia - non ci sono più dubbi ormai - contiene un messaggio religioso, avvolto in un linguaggio d'altri tempi e d'altri luoghi, che non si rispetta se si legge con le categorie mentali occidentali, del giorno d'oggi.
Questo discorso può mandare in confusione i credenti più superficiali, che temo siano la maggior parte, ma probabilmente non sarebbe così in un confronto con preti e vescovi. Ciò che appare strano è quella sorte di pudore, di non volerne parlare da parte di quei pastori che pure alzano la voce con tanta disinvoltura su questioni legati alla morale sessuale e familiare. Quasi che la comprensione dei vangeli non fosse fondamentale per i credenti, un pò come ai tempi in cui ne era addirittura sconsigliata la lettura ad un profano.
Strana è anche un altra cosa. Anche per un lettore accorto e formato sembra che leggendo i vangeli alcune cose possano essere lette secondo l'ottica dei generi letterari e delle moderne obiezioni della critica esegetica, altre no. Ci sono interpretazioni lecite e altre no. I miracoli e gli esorcismi, ad esempio, vengono sempre più interpretati come "segni", così pure nessuno si mette a fare una questione di principio sui "morti che uscirono dalle tombe" alla morte di Gesù o le contraddizioni tra i vari racconti delle apparizioni del Risorto; per altre cose invece, quali l'annunciazione a Maria, la nascita verginale di Gesù, e soprattutto la Risurrezione, si ha l'impressione di camminare sulle uova. Più l'argomento si avvicina ad argomenti in cui il Magistero si è già espresso in modo definitivo e dogmatico, più è difficile prendere le distanze dalla lettera.
Provate a dire che la nascita senza seme maschile o la resurrezione sono immagini che appartengono ad un linguaggio della chiesa delle origini, il migliore che allora possedevano, per trasmettere la loro esperienza di cristiani: sarete tagliati fuori come eretici, come ex cattolici, corrotti nella propria fede per aver dato più fiducia a certi libri che al papa. Eppure, facendo la prova contraria, sarà altrettanto sorprendente osservare cosa succede se si chiede: ma cosa cambia a te, nel 2010, se Gesù è stato concepito miracolosamente o no? Se quel cadavere si è rialzato nel sepolcro per poi svanire nel "cielo", o no? Molte brave persone, padri e madri di famiglia, che vanno in chiesa, che rispettano la legge ed educano cristianamente i loro figli, d'istinto risponderanno: "nessuna". A questo proposito si rilegga l'articolo di Noyer "Bisogna credere alla Resurrezione?" su questo blog, riportato il 24 aprile 2010.
I vangeli parlano di cose vere, altrochè, ma non con un linguaggio storico - cronologico. E se questo vale per il battesimo nel fiume Giordano o per la Trasfigurazione, dove voci tuonanti squarciano dal cielo a sottolineare la straordinarietà dell'esperienza, non si capisce perchè la cosa non debba essere valida per l'inizio e la fine della vicenda terrena di Gesù. La domanda che spesso ci facciamo è "cosa c'è di vero e cosa di inventato?" Invece dovremmo partire da un altro punto di vista. Penso che dovremmo chiederci: "cosa è VERO?" Ogni linguaggio è inserito in un tempo e in una cultura specifica e si porta dietro inesorabilmente quegli occhiali. Occhiali che ce ne impediscono una visione pulita, certo, ma che allo stesso tempo garantiscono della veridicità della fonte. Andremmo a vedere "Guerre Stellari", o "Il Signore degli anelli" o "Avatar" se fossero solo favole inventate senza alcuna attinenza con la realtà "vera"? Perderemmo tempo, soldi e lacrime, se quelle storie non andassero a toccare alcune "corde" del nostro cuore reale? Anche qui, non mi si prenda alla lettera: non intendo equiparare i vangeli ad un bel film moderno, ma solo dire che a volte racconti inventati, potremmo dire "mitologici", dicono cose più vere dei libri di storia, perchè mentre questi elencano episodi, date, conquiste, quelle dicono cose ci sta a cuore, cosa ci commuove, ci spinge, ci anima, e tutto questo non è forse più "vero" delle conquiste di Giulio Cesare e Annibale?
Gli evangelisti raccontano in termini empirici un'esperienza che li ha sconvolti, li ha fatti rinascere, e che non sanno comunicare meglio di così. L'errore più grosso che possiamo fare è prendere la lettera, farne un dogma, e dimenticare l'esperienza. La fedeltà alla lettera ci allontana dalla sostanza, che in sè non è mai completamente raggiungibile come pretende di farci credere la lettera. La fedeltà alla lettera da una parte, o a ciò che nasconde dall'altra, implica conseguenze molto importanti: sulle verità dogmatiche, causa di divisioni, sul dialogo tra religioni, sul dialogo interno alla chiesa, su ciò che intendiamo per "essere cristiani". Prendo a esempio la festa di oggi, dell'Immacolata Concezione.
Si pensi all'impatto che ha questo dogma sulla morale sessuale, se lo si intende come fatto storico (Maria preservata dal peccato originale, quindi impossibilitata ad avere rapporti sessuali intesi ovviamente a priori come azioni peccaminose), oppure come esperienza interiore tutta da esplorare.
Si pensi alla stessa resurrezione. Mi chiedo: cosa oggi può interessare, cosa serve trattenere di quella "resurrezione"? "Credere" in essa significa pensare che per l'ennesima volta Dio ha infranto le leggi della natura che Lui stesso ha creato, dando un assenso di fede irrazionale al fatto che un cadavere si sia rianimato e poi sia salito in cielo (e ora dove sarebbe, se è in carne ed ossa?), oppure è una esperienza di rinascita interiore, di vita nuova quando tutto sembrava perduto, raccontato come poteva essere raccontato, e letto per secoli in senso letterale?
Io da qualche anno, da quando i libri che leggo sono quelli dettati dalle mie domande e non più da professori con la verità in tasca, sono più favorevole a questa seconda possibilità, e avverto tutta l'urgenza di cominciare a dire queste cose, tra i cattolici, senza timore di essere stato corrotto dal demonio.
Consiglio a chi ha voglia di approfondire la lettura di un testo di Andres Torres Queiruga, "Ripensare la Risurrezione", che su questo argomento mi ha letteralmente "preso", dalla prima all'ultima riga.

sabato 4 dicembre 2010

La fede come pericolo


L'informazione guida e orienta tutto il resto. L'informazione e, chiaramente, la mancata informazione.
Chi guida l'informazione sa cosa incanta, cosa spegne il senso critico e per l'inverso cosa destabilizza e spinge al senso di giustizia, di verità. Sapendo, sceglie, non di rado in funzione degli appoggi finanziari che la sostengono.
Siamo inondati da brutte notizie. Se ne accumulano più di quante se ne possano smaltire presso quei bidoni - pattumiera che sono i tg nazionali. Proprio come l'immondizia di Napoli.
I commenti di disgusto e distacco sembrano fatti con lo stampino.Tutti in fila ad additare lo zio mostro, l'immigrato stupratore, la madre assassina. Anche le scappatelle con minorenni dell'attuale dotato premier sembrano stuzzicare più la voglia di scandalo che di capire.
La cronaca nera vende più della malapolitica, perchè questa è più complicata da capire e ci tocca da vicino.
Le belle notizie non vendono.
Abbiamo bisogno di emozioni, ma che non ci coinvolgano in prima persona. Vogliamo provare emozioni forti legate a storie mitologiche, assolute, dove il bene è bene ed il male è male, e soprattutto dove noi siamo spettatori, al di là del bene e del male e perfettamente in grado di giudicare e scegliere da che parte stare, un potere illusorio ben rappresentato dal telecomando in mano. E chi fa informazione lo sa.
Questo è l'aspetto che più mi preoccupa: più che conoscere i risvolti dell'ultimo omicidio in diretta.
Abituati a dare colpe a media, politici, multinazionali, banche... ci siamo convinti che ci sia ben poco da fare, perchè ben poco dipende da noi. L'Italia in particolare, sta passando per un paese di pessimisti.
Questo quadro mi sta facendo riflettere su un paio di questioni:
1. Possiamo renderci conto che qualcosa possiamo fare. L'accento non è tanto sul "qualcosa possiamo fare", quanto sul "renderci conto". Fare un atto di consapevolezza. Prima di cambiare il mondo bisogna cambiare sè stessi, la nostra auto percezione e la percezione che abbiamo del mondo. Scoprire che il mondo dipende da noi, non dagli altri. Non basta votare per dare il nostro contributo al paese. E' comodo fare una croce e poi "fidarsi" per qualche anno, dopo il qualche puntualmente scoprire con disgusto che le promesse non sono state mantenute. Rompere le palle, ecco cosa bisogna fare, tramite sindacati, associazioni, piazze, internet. In una parola: non delegare. C'è una fede che tanto il laico quanto il credente devono combattere: è la fede di chi delega, per non occuparsene. Una fede che è stretta parente del credere nei miracoli e giustamente dice Renè Girard "il miracolo favorisce la pigrizia intellettuale e persino spirituale, sia nei credenti, sia nei miscredenti". Certamente un genitore deve fidarsi della scuola, dell'associazione sportiva, della parrocchia, non può essere onnipresente. Però può interessarsi, informarsi e soprattutto non dare per scontato che ci si possa fidare sempre di chi dice "fidati di me". Un genitore che affida suo figlio a qualche palestra, o catechismo, o chicchessia vigilerà sugli effetti di tale affidamento sul figlio stesso. Lo osserverà senza ossessionarlo, saprà cogliere tutti i segnali di cambiamento, in bene o in male. Se smettiamo di fidarci acriticamente delle istituzioni e vi entriamo dentro per capire come funzionano, che gente e che aria tira... ecco che stiamo già cominciando a fare qualcosa.
2. Educare all'informazione. Una volta ci venivano dette solo alcune cose e mancava la libertà di informazione. Era l'epoca dei governi esplicitamente totalitari, che ti imponevano una idea, un concetto di bene, pronti a sacrificare la realtà, in nome della loro idea. Oggi pensiamo di aver superato quel periodo. E pensiamo che per ascoltare un telegiornale non ci voglia una laurea. Le notizie sono lì, a tutte le ore, di tutti i tipi. Le tv sono tutte accese, i siti web tutti accessibili, le radio ci accompagnano negli spostamenti, e poi news sul telefonino, quotidiani gratuiti, e tutti possono dire tutto. Senonchè pochi si sono accorti che in questa babele dei linguaggi, in questo caos frastornante di informazioni, dove ogni giorno anche sul meteo si riesce a dire una cosa ed il suo contrario e tutto è opinabile, l'effetto finale è lo stesso che voleva il comunismo ed il fascismo, abbiamo smarrito la notizia. In fondo il giochino è semplice: se una voce non puoi zittirla, puoi comunque confonderla in un mare di voci, dove anche lei diventerà una fra le tante, un bla bla inutile tra gli altri. La notizia affogherà a causa delle parole. Ecco allora che educare all'informazione è una sfida ancora attuale, come ai tempi in cui sapere era vietato. Guai a bere in modo acritico dalla prima fonte che ci sveglia al mattino. Oggi una cosa che posso fare per cambiare il mondo è cercare le informazioni. Fare attenzione agli avverbi, agli aggettivi, con cui ci vengono confezionate. Ti diranno che la notizia pura e oggettiva non esiste, che una interpretazione c'è sempre ed è inevitabile, ok, ma allora a maggior ragione dovrò ascoltare più fonti e mettere una distanza tra me e quello che tu dici.
Educare all'informazione però non significa semplicemente cercare la vera informazione. Significa anche tenere desto uno sguardo vigile sulle intenzioni di chi mi da informazioni. Al di là della fondatezza della informazione, perchè mi viene detta questa cosa? Perchè questa insistenza? Perchè questa precisione di particolari? Cosa non mi viene detto mentre la mia attenzione è pilotata, quasi obbligata a districarsi tra le affermazioni dell'ultimo criminologo o presentatore televisivo?
Ecco che l'informazione, pur con tutti i suoi limiti, sconfina nella formazione.
Qualunque cosa entri nel cervello nostro e dei nostri figli educa, oppure diseduca. Niente è neutro. Niente passa inosservato o senza conseguenze. Per questo Popper nel 1994 diceva che bisognerebbe dare una patente a chi fa televisione. Per questo al contrario, alcuni autori preoccupati solo dell'indice degli ascolti, sostengono apertamente il contrario (Brachino, Lanza...).

Come cristiani ci chiediamo infine anche come la chiesa potrebbe affrontare questa crisi educativa. Certamente sono positive tutte qulle realtà che educano al bello e al difficile, e sono tante. La chiesa dal basso non ha a mio parere una grande formazione educativa, ma si da da fare, raggiunge con proposte di vita tantissimi ragazzi. Più problematica è la chiesa dei vertici, che indica gli obiettivi, le regole, i valori. Che promuove e rimuove, che interviene e tace. Un sapere verticale che cala dall'alto sottoforma di comandamento di certo non aiuta a vivere la fede in modo consapevole e pienamente cosciente. La chiesa, se crede alla formazione e al ruolo dell'informazione, deve cominciare a interrogarsi sul suo modo interno di comunicare, di collaborare e di formare.

sabato 27 novembre 2010

Ricardo Perez Marquez (Mt 24,37-44)

venerdì 8 ottobre 2010

Felicità

Non voglio che la mia felicità dipenda dalle cose che mi succedono, ma che le cose che mi succedono siano influenzate dalla mia felicità.

sabato 25 settembre 2010

Laicità della religione


«Nella Bibbia sono scritte le regole della laicità dello Stato e le regole religiose della nostra vita spirituale. La nostra proposta di insegnamento obbligatorio della religione cristiana non si pone in alternativa allo studio della materia previsto dal Concordato, ma all’interno di una materia prevista dalla riforma. La costituzione e la cittadinanza non sono solo diritto politico, ma le regole dello stare insieme, di tradizioni e consuetudini: la nostra vita si basa sulla religione e la cultura cristiana. La Bibbia quindi, diventa testo fondamentale, e non solo per chi crede. La nostra società è intrisa di valori cristiani: se stiamo a casa a Natale e a Pasqua una ragione c’è. Se la domenica non lavoriamo e non andiamo a scuola è perché non siamo ebrei e non siamo arabi; nei nostri territori c’è una chiesa e un campanile prima ancora di un municipio. Insomma: abbiamo profonde radici cristiane. Se la nostra società si basa su un diritto che regola la vita civica e cioè un uomo e una donna uniti in matrimonio, ancorché civile, deriva dalla cultura cristiana e farla studiare servirà sia per integrare ragazzi con culture diverse che per affrontare anche il problema di identità dei nostri figli».
ELENA DONAZZAN, ASSESSORE ALL'ISTRUZIONE REGIONE VENETO

Non credo di condividere molte cose, politicamente, con Elena Donazzan, ma sottoscrivo pienamente quanto riportato qui sopra. Difendere la laicità dello Stato non significa cancellare con un colpo di spugna una tradizione religiosa come quella italiana. I metodi di Stalin hanno già fallito, non c'è bisogno di rifare gli stessi errori.
Essere contrari al Vaticano e a Ratzinger è una cosa, demonizzare la religione è un'altra.
Io non insegnerei solo la Bibbia, ma proprio il cattolicesimo, in modo laico, cioè davvero rispettoso di chi la pensa in un modo e chi in un altro.
L'Italia è un paese molto particolare. Largamente scristianizzato, ma con un passato fortemente segnato dal cattolicesimo, da storie di santi, santuari e devozioni. Non è intelligente negare nè la prima cosa, nè la seconda. Non è intelligente per i laici che non è chiudendo gli occhi sulla propria storia e su quanto di buono ha ispirato il cristianesimo e ha fatto la chiesa che costruiranno la propria laicità; non è intelligente per i cattolici, che se rimangono legati a schemi del passato dove tutta la società era cristianizzata, si separeranno sempre più verso forme moderne di fondamentalismo religioso. Anche il papa ultimamente, nel viaggio in Inghilterra, ha mostrato qualche spiraglio in questa direzione.
Nella veglia di preghiera di Hyde Park, parlando ai giovani, Benedetto XVI ha detto che la Chiesa deve abituarsi all’idea di essere minoranza, ad esprimere una nuova creatività evangelica senza rifugiarsi nella sicurezza delle proprie strutture e delle proprie tradizioni nazionali (da un articolo di Filippo Di Giacomo in “l'Unità” del 21 settembre 2010).

Basta con l'ora di religione "catechismo", il catechismo si fa in parrocchia!
Si ai crocefissi nelle aule: è parte fondamentale della nostra storia!
Si all'insegnamento di base della religione cattolica, non da parte di chi è mandato dal vescovo locale, e neanche da parte di mangia preti di professione.

domenica 12 settembre 2010

domenica 22 agosto 2010

Le parole ed i fatti

Da quando ho letto l'articolo di Massimo Giannini giovedì scorso 19 agosto ( cerca su www.repubblica.it ) non ho potuto smettere di pensarci. Ho provato a fare altro e a concentrarmi sul mio lavoro, ma dato che in questi giorni esso consiste proprio nella stesura del nuovo libro che a breve dovrei consegnare alla Mondadori, mi è sempre risultato impossibile distogliere dalla mente i pensieri abbastanza cupi che vi si affacciavano. La domanda era sempre quella: come posso adesso, se quello che scrive Giannini corrisponde al vero, continuare a pubblicare con la Mondadori e rimanere a posto con la mia
coscienza? Come posso fondare il mio pensiero sul bene e sulla giustizia, e poi contribuire al programma editoriale di un'azienda che a quanto pare, godendo di favori parlamentari ed extraparlamentari, pagherebbe al fisco solo una minima parte (8,6 milioni versati) di un antico ed enorme debito (350 milioni dovuti)? Come posso fare dell'etica la stella polare della mia teologia e poi pubblicare i miei libri con un'azienda che non solo dell'etica ma anche del diritto mostrerebbe, in questo caso, una concezione alquanto singolare?
(...)
Leggendo ho appreso che non si tratta più di accettare una proprietà che può piacere oppure no ma che non ha nulla a che fare con le scelte editoriali, cioè con l'azienda nella sua essenza. Stavolta è la Mondadori in quanto tale a essere coinvolta, non solo il suo proprietario per i soliti motivi che non hanno nulla a che fare con l'editoria libraria. Quindi stavolta come autore non posso più dire a me stesso che l'editrice in quanto tale non c'entra nulla con gli affari politici e giudiziari del suo proprietario, perché ora l'editrice c'entra, eccome se c'entra, se è vero che di 350 milioni dovuti al fisco ne viene a pagare solo 8,6 dopo quasi vent'anni, e senza neppure un euro di interesse per il ritardo, interessi che invece a un normale
cittadino nessuno defalca se non paga nei tempi dovuti il bollo auto, il canone tv o uno degli altri bollettini a tutti noti.
Eccomi quindi qui con la coscienza in tempesta: da un lato il poter far parte di un programma editoriale di prima qualità venendo anche ben retribuito, dall'altro il non voler avere nulla a che fare con chi speculerebbe sugli appoggi politici di cui gode. Da un lato un debito di riconoscenza per l'editrice che ha avuto fiducia in me quando ero sconosciuto, dall'altro il dovere civico di contrastare un'inedita legge ad aziendam che si sommerebbe alle 36 leggi ad personam già confezionate per l'attuale primo ministro (...). A tutto questo si aggiunge lo stupore per il fatto che il Corriere della Sera, gruppo Rizzoli principale concorrente Mondadori, finora abbia dedicato una notizia di poche righe alla questione: come mai?
Nella mia incertezza ho deciso di scrivere questo articolo. Spero infatti che a seguito di esso qualcuno tra i dirigenti della Mondadori possa spiegare pubblicamente cosa c'è che non va nell'articolo di Giannini, perché e in che cosa esagera e non corrisponde a verità. Io sarei il primo a gioirne. Spero inoltre che anche altri autori Mondadori che scrivono su questo giornale possano dire come la pensano e cosa rispondono alla loro coscienza. Sto parlando di firme come Corrado Augias, Pietro Citati, Federico Rampini, Roberto Saviano, Nadia Fusini, Piergiorgio Odifreddi, Michela Marzano... Se poi allarghiamo il tiro alle editrici controllate interamente dalla Mondadori (il che, in questo caso, mi pare oggettivamente doveroso) arriviamo all'Einaudi e a nomi come Eugenio Scalfari, Gustavo Zagrebelsky, Adriano Prosperi... Sono tutte personalità di grande spessore e per questo sarei loro riconoscente se contribuissero a risolvere qualcuno dei dubbi sollevati da questa inedita legge ad aziendam nella coscienza di un autore del Gruppo Mondadori.


Questo articolo (scaricalo integralmente su http://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/Stampa201008/100821mancuso.pdf ) di Vito Mancuso pubblicato da la Repubblica il 21 agosto 2010 mi ha colpito particolarmente. Mancuso mi piace sempre più per quello che dice, certo, perchè le sue argomentazioni mi sembrano nuove e coraggiose, ma anche per quel che fa. Quando quello che dici influisce su quello che fai allora non son più parole, non sono più ideologie, ma verità.
Mi colpisce, nell'era di internet, una nuova forma di censura, uguale ed opposta a quella antica: l'esubero di informazioni, la tracotanza, l'accumulo, il bombardamento di notizie messe tutte sullo stesso piano, dal gossip alla mafia. E in questa mia epoca è facile dire una cosa e farne un altra. Facilissimo. Tutti scrivono di tutto, pochi leggono. Nessuno è razzista, tutti vogliono la pace, l'amore, la giustizia, salvo poi fare delle piccole, insignificanti eccezioni quando tocca a noi guardare con disprezzo un nero, un gay, fare dispetti al vicino di casa, buttare un matrimonio perchè tua moglie non è più bella come vent'anni fa, giurare il falso per evitare una multa...
In questo mondo per non far sapere una cosa non si usa più la censura, ma si rovescia sopra quella notizia una mare di altre notizie, facendola diventare una goccia nell'oceano. E chi fa questo gioco sporco deve fare i conti solo con la propria coscienza. Per questo mi piace l'articolo di Mancuso, perchè se se ne stava zitto poteva pubblicare tranquillamente il suo libro e nessuno gli avrebbe detto niente, e se qualcuno gli avesse obiettato qualcosa avrebbe comunque potuto dire "non sapevo", infatti, in un mare di notizie è difficile conoscere quella che ti riguarda.
Mi piace perchè sta "facendo" quello che dice nei suoi libri, e questo è più evangelico di tanti proclami religiosi scontati e inattesi.
Ah, dimenticavo. Se Mondadori non paga fino all'ultima lira quel che deve, io non comprerò più un libro, nè una rivista pubblicata da lor signori.

giovedì 1 luglio 2010

Perchè il papa difende Sodano?


Negli ultimi giorni due affermazioni del papa mi hanno colpito: una relativa al fatto che il pericolo più grande per la chiesa viene dal suo interno, e l'altra riguardo al fatto che un cardinale non può accusarne un altro pubblicamente, perchè queste cose nella chiesa le può fare solo lui, come papa.
Sono rimasto fortemente colpito dalla vicinanza di queste due affermazioni così contradittorie. Sulla prima avrei voluto dire: ok, siamo d'accordo, vediamo però di capire cosa intendiamo per pericolo interno alla chiesa, perchè per me ad esempio la curia vaticana è un pericolo interno alla chiesa, ma ho il sospetto che il papa si riferisse ad altro, cioè a quei preti pedofili che ormai la magistratura ha già autonomamente smascherato senza ombra di dubbio e senza ulteriori possibilità di ricorso.
E a questo punto, se il problema sono i preti pedofili, ci sarà qualcuno che a questo "coraggioso" pontefice gli riesca a chiedere come mai la sua chiesa ne abbia prodotti tanti e come mai in 70 / 80 anni di casi a lei noti, abbia aspettato che le denuncie venissero dal di fuori, dalle vittime, senza mai farsene lei portavoce?
La seconda affermazione, quella in cui viene intimato ad un cardinale di non denunciare quello che sa su un altro, può essere un triste chiarimento sul dubbio che ci aveva lasciato la prima.
Volevo insomma scrivere qualcosa di elogio sulla prima, intesa alla lettera, e presa di distanza dalla seconda, quando oggi ho letto questo articolo di Mancuso, che a volte sembra leggermi nel pensiero e che sottoscrivo completamente.

Preti pedofili perché il Papa difende Sodano? di Vito Mancuso
in “la Repubblica” del 30 giugno 2010

Ieri il papa ha sottolineato che il pericolo più grande per la Chiesa viene dal fronte interno: "Il danno maggiore lo subisce da ciò che inquina la fede e la vita cristiana dei suoi membri e delle sue comunità". Ma allora perché, due giorni fa, ha pubblicamente umiliato il cardinale Christoph Schönborn, finora il più coraggioso degli uomini di Chiesa nel lottare contro il terribile inquinamento interno che è la pedofilia del clero? Io quasi non volevo crederci, non poteva essere vero che Benedetto XVI, dopo aver più volte affermato di voler fare tutto il possibile per stabilire la verità e perseguire la giustizia nello scandalo pedofilia, avesse costretto l'arcivescovo di Vienna a una specie di Canossa vaticana. Eppure era vero. Benedetto XVI aveva costretto il presule, nonché stimato teologo di orientamento conservatore a lui molto vicino, a una conciliazione forzata con il cardinal Sodano. La logica del potere romano è la forza che ancora domina la Chiesa cattolica. Quello che però a mente fredda colpisce di più è il disinteresse mostrato dal papa per il merito delle accuse mosse pubblicamente da Schönborn il 28 aprile scorso contro il cardinale Angelo Sodano, Segretario di Stato sotto Giovanni Paolo II, accusandolo di aver insabbiato il caso Groer. Hans Hermann Groer (1919-2003), monaco benedettino, arcivescovo di Vienna e cardinale, fu costretto a dimettersi nel 1995 per aver molestato un seminarista minorenne (in seguito a suo carico emersero molti altri casi). Immediato successore di Groer nella diocesi di Vienna, Schönborn quando accusava Sodano parlava di cose che conosce molto bene. Ma diceva la verità oppure mentiva? È vero o non è vero che Sodano da Roma ostacolò le indagini di Vienna? Il papa semplicemente non se ne è curato, non è entrato nel merito, alla verità ha preferito la forma ricordando che solo a lui è concesso accusare un cardinale. Così il comunicato ufficiale: "Nella Chiesa, quando si tratta di accuse contro un cardinale, la competenza spetta unicamente al papa". Ma se è così, allora il papa è tenuto ad andare fino in fondo verificando se le accuse di Schönborn a Sodano sono fondate o sono solo calunnie. Lo farà? Non lo farà, per il motivo che dirò alla fine di questo articolo.
Nella predica a conclusione dell'Anno sacerdotale a piazza San Pietro l'11 giugno Benedetto XVI aveva detto di "voler fare tutto il possibile affinché un tale abuso non possa succedere mai più". Alla luce del trattamento riservato a Schönborn queste parole appaiono molto sfuocate, mera retorica di stato. Di che cosa stiamo parlando, infatti? Stiamo parlando (occorre ricordarlo sempre!) di migliaia e migliaia di giovani vittime. Oltre all'Austria scandali sono emersi ovunque. Negli Stati Uniti finora sono stati pagati indennizzi per 1.269 miliardi di dollari, con il conseguente fallimento di non poche diocesi. In Irlanda nel 2009 sono usciti documenti come il Rapporto Murphy e il Rapporto Ryan, quest'ultimo sugli abusi del clero dagli anni '30 agli anni '70 (notare: anni '30, altro che responsabilità della rivoluzione sessuale del postconcilio come scrive Benedetto XVI nella "Lettera ai cattolici irlandesi"): il risultato è che la Chiesa irlandese deve versare 2.100 milioni di euro di risarcimenti. Poi c'è la Germania del papa: abbazia benedettina di Ettal in Alta Baviera, coro di Ratisbona, dimissioni di mons. Mixa vescovo di Augusta per molestie sessuali su minori, collegio Canisius dei gesuiti a Berlino… C'è il Belgio con le dimissioni del vescovo di Bruges per i medesimi tristi motivi e le perquisizioni delle tombe nella cattedrale di Malines con le conseguenti deplorazioni pontificie. Ci sono Polonia, Svizzera, Olanda, Danimarca, Norvegia, Inghilterra, Australia… Don Ferdinando Di Noto, il prete da anni in prima linea contro la pedofilia, simbolo della rettitudine della gran parte dei preti, dichiarava il 18 febbraio scorso che in Italia i casi accertati sarebbero un'ottantina. Da allora, vista la frequenza delle notizie sui giornali, temo che la cifra sia aumentata non poco.
Di fronte a questi dati due cose sono sicure. Primo: se non fosse stato per la forza dei giornali e delle tv tutto sarebbe rimasto sconosciuto e insabbiato; se la Chiesa riuscirà un giorno a fare pulizia al proprio interno lo dovrà alla forza delle scomode verità fatte emergere dalla libera informazione.
Secondo: fino a poco tempo fa la linea tenuta dal cardinal Sodano sul caso Groer era la prassi abituale, come appare anche dalla Epistula de delictis gravioribus inviata il 18 maggio 2001 dall'allora cardinal Ratzinger ai vescovi di tutto il mondo che imponeva il secretum Pontificium per tutte le gravi trasgressioni del clero (notare: il caso Groer risale a sei anni prima!). È proprio questa la peculiarità dello scandalo, non tanto la pedofilia di preti e vescovi, quanto l'insabbiamento da parte delle gerarchie, il fatto incredibile che i vertici ecclesiastici sapevano di questi crimini e, per non indebolire il potere politico della Chiesa, tacevano e insabbiavano. Per anni e anni. Per interi decenni è stata preferita l'onorabilità della struttura politica della Chiesa rispetto alla giustizia verso le vittime, e quindi verso Dio. Le dichiarazioni del cardinal Sodano che riduceva a "chiacchiericcio" le accuse erano esattamente in linea con questa politica dell'insabbiare, e l'umiliazione inferta dal papa al cardinale Schönborn per averlo criticato è una conferma che questa politica non è terminata.
La subdola peculiarità di questo scandalo mondiale è purtroppo ancora in vita. Salvare la Chiesa prima di tutto. Prima dei bambini e della loro vita psichica e affettiva. Prima dei genitori e del loro inestirpabile dolore. Prima del senso di giustizia di tutta una società. Prima della giustizia di cui rendere conto davanti a Dio. Prima di tutto, la Chiesa e la sua immagine, e il conseguente potere che ne deriva. Per questo l'ordine era (anzi è, perché altrimenti non si sarebbe salvata l'onorabilità del potente cardinal Sodano) coprire, insabbiare, dissimulare, mentire, negare, comprare. Tra l'ottantina di cardinali della Chiesa solo uno aveva avuto il coraggio e l'onestà di puntare il dito contro il vertice della nomenclatura. Il papa l'ha messo a tacere, l'ha fatto rientrare tra le fila, imponendogli una bella dichiarazione di facciata.
Ma com'è possibile che nella Chiesa tanti crimini siano stati occultati e che all'interesse delle vittime sia stato preferito quello dei loro aguzzini? La risposta a mio avviso consiste nella teologia elaborata lungo i secoli che ha condotto a una vera e propria idolatria della struttura politica della Chiesa, a una sorta di sequestro dell'intelligenza da parte della struttura per affermare se stessa sopra ogni cosa, il cui inizio si può emblematicamente collocare, come già intuito da Dante, nella stesura del falso documento conosciuto come "Donazione di Costantino" da parte della cancelleria papale (documento svelato come falso da Lorenzo Valla nel 1440). Questa teologia ecclesiastica ha condotto a fare dell'obbedienza alla Chiesa gerarchica il segno distintivo dell'essere cattolico: il cattolico è anzitutto colui che obbedisce al papa e ai vescovi. Se non obbedisci, non sei cattolico.
Dante non lo sarebbe più, neppure san Paolo, che ebbe l'ardire di opporsi pubblicamente a Pietro, non potrebbe far parte di questa Chiesa cattolica. Al termine degli Esercizi spirituali così Ignazio di Loyola illustrava il rapporto con la verità che deve avere il cattolico: "Quello che io vedo bianco, lo credo nero se lo stabilisce la Chiesa gerarchica".
Da tempo immemorabile la bilancia è il simbolo della giustizia. Su un piatto della bilancia ci sono le vite di migliaia di bambini, ragazzi e giovani irrimediabilmente deturpate da uomini di Chiesa. Sull'altro, che cosa mette la Chiesa? Oggi è costretta a mettere i nomi dei colpevoli, e tantissimi soldi. Ma si ferma qui, e non basta. Essa infatti deve aggiungere se stessa, la struttura di potere che l'ha fatta precipitare in questo abisso. Solo a questa condizione i due piatti possono tornare in equilibrio e generare la vera giustizia, quella che Gesù diceva di cercare sopra ogni altra cosa.


Fin qui le parole di Mancuso.
Ora per concludere in bellezza niente di meglio che quelle del mitico padre Fanzaga, che ieri mattina, su Radio Maria, (lo ascolto sempre per farmi due risate) ci ha spiegato lui cosa intende il papa quando dice che i pericoli della chiesa vengono dal suo interno.
Oggi cari amici troppo pochi danno poca importanza all'inquinamento della fede. Ma io vedo, cari amici, che anche certi cattolici, che sono fustigatori moralisti, vedi per esempio quel Mancuso che scrive oggi su Repubblica e tanti altri di quel genere lì, fustigano i costumi degli altri, non i loro, ovviamente. Loro che fanno stragi a livello della fede poi fanno i fustigatori della vita morale, ma guarda che i peccati contro la fede sono i peccati più gravi, perchè son fatti con la lucidità dell'intelligenza, mentre quelli carnali sono fatti sotto la spinta della fragilità della natura umana. I peccati contro la fede hanno dentro di sè il veleno della superbia, e la ribellione della disubbidienza e perciò sono più gravi dei peccati carnali che hanno dentro di sè, purtroppo, il veleno della concupiscenza e della fragilità.

Non so se avete capito anche voi quello che ho capito io. Quando Mancuso scrive certi articoli, come quello qui sopra, per Fanzaga fa un peccato di disobbedienza "contro la fede" molto più grave di chi "purtroppo", per la debolezza della carne, ogni tanto violenta qualche bambino.

venerdì 18 giugno 2010

Dio è sceso dal trono


Nei momenti di profonda interiorità, quando riusciamo a stare qualche attimo in silenzio, rappacificati con tutto ed in contatto spirituale con il Signore, diventa chiaro - credo a tutti - la sproporzione smisurata tra quello che facciamo noi per Lui e quello che Lui fa per noi.
Tocchiamo con mano la nostra pochezza, ma allo stesso tempo questa sproporzione non è umiliante, non vi è nulla da temere, perchè tra gli eventi della vita siamo sicuri nelle sue "grandi" mani, e in qualche modo sperimentiamo quello che dice il vangelo: il suo inspiegabile interesse per questa nostra pochezza.
Se questo è vero in quei pochi, intensi momenti, lo deve essere sempre, anche quando non lo avvertiamo con la stessa intensità. Se le cose stanno davvero così mi sento di tirare qualche conclusione.
E' Dio che ha messo me al centro, non il contrario. Lui sa farlo, ed io ho bisogno che Lui lo faccia. Non sono io che metto al centro Lui: io che non so fare questa cosa, e Lui che non ha bisogno del mio sforzo. Spogliare Dio delle nostre categorie umane è utile per ristabilire i ruoli, se non le distanze. E' Dio che si è fatto uomo, e nessuno gliel'aveva chiesto. Dio è sceso dal trono. Questo non va dimenticato quando la chiesa, "esperta in umanità", produce una morale di divieti e precetti.
Dobbiamo passare urgentemente, ed in mostruoso ritardo, da Platone ad Aristotele (almeno), cioè dall'idea che il fine dell'uomo è il Bene in sè, eterno e trascendente, a quello che il fine dell'uomo è il Bene per l'uomo. Non si manca di rispetto al Bene in sè, in questo modo, ma anzi lo si incarna in mille modi diversi.
Ma filosofia a parte...
Che senso ha ad esempio dire che la messa festiva è di "precetto"?
Che senso ha legare la confessione auricolare alla possibilità di accostarsi all'eucarestia?
Che senso ha parlare di peccato per atti di cui non si comprende la "peccaminosità"?
E che senso ha parlare di un al di là di cui non sappiamo nulla, quando il nostro problema esistenziale è tutto nell'al di qua?

Se trasformiamo la messa in una cosa obbligatoria, la roviniamo. A sentire certi preti sembra che se non andiamo a messa Dio stesso ne sia risentito, quasi offeso e lasciato solo. Sembra che il non andare a messa, o peggio ancora all'incontrino parrocchiale, sia "peccato", un atto che mina alla base la nostra salvezza. Ed ecco che si fanno strada espressioni come "vado a prendere una messa", bisogna "assolvere il precetto", e aggiungiamoci pure "timbrare il cartellino". Dio ha messo me al centro, non io Lui. Io ho bisogno di Lui, non Lui di me. Se questo è vero, il criterio per cui diciamo che una cosa è giusta e l'altra sbagliata, ammesso che dobbiamo continuare a farlo, non è l'oggettiva partecipazione alla messa, ma la mia condizione interiore. In certi momenti è meglio farsi una passeggiata che andare a messa. Dio può fare miracoli comunque, anche fuori dalle sacre mura. E se "da Lui" ci devo andare per forza il rischio di stancarmi e di buttare via il bambino (appunto Dio) con l'acqua sporca (il prete) è forte.
La confessione legata all'eucarestia rovina sia la confessione che l'eucarestia. "Rovina" significa che mette i presupposti psicologici sbagliati. La confessione va fatta per sè, non per fare la comunione. E' un sacramento in sè, non la preparazione ad un altro sacramento. Io mi confesso perchè ne sento il bisogno, non perchè "è un pezzo" che non lo faccio più, e nemmeno perchè con questa posso accostarmi all'eucarestia. Non parliamo poi se mi "devo" confessare di peccati che sono tali per la chiesa, ma non per me. Fosse anche l'omicidio, il terrorismo o la pedofilia, che serve confessare a parole ciò che nel mio profondo ritengo utile e buono? Forse ingannando un prete penso di ingannare Dio?
L'ultima volta che mi sono confessato mi stavo sforzando di riconoscere alcuni miei grossi limiti con le persone e il frate all'improvviso mi ha interrotto e mi ha chiesto "ma almeno và a messa alla domenica?"
Ma come sarebbe a dire "almeno"? Ma come ti permetti, dico io. Sto facendo una fatica boia, un vero atto di fede a rivvolgermi a Dio sinceramente davanti ad una persona che non conosco, e tu, tra un ruttino e l'altro, mi cambi discorso per andare alla solita messa domenicale?
Passiamo alla comunione. Cosa significa dire che per accostarsi al Corpo di Cristo bisogna essere "puri", "degni", "in Grazia di Dio". Perchè, voi preti che fate la comunione tre volte al giorno e anche più, forse lo siete? Ma poi, la comunione, secondo voi uno la fa perchè è in Grazia di Dio o perchè ha bisogno della Grazia di Dio?! Io mi accosto a quel pezzetto di pane perchè ho bisogno di Lui, perchè sono peccatore - altrochè "in Grazia"- , non perchè sono a posto con Lui, nè tanto meno per farlo contento. Dio è già contentissimo di Suo, senza i miei riti. Sono io che ho bisogno di Lui, non Lui di me!
Vado avanti. Ci sono preti che quando ti confessi ti fanno le domande. In certi casi siamo proprio noi che gliele chiediamo e in altri le domande sono opportune e seguono il discorso che stiamo facendo, ma non sempre. A volte sembra che abbiamo un formulario davanti, una cosa tipo a sinistra il comandamento e a destra la relativa domanda dove un concetto di 3000 anni fa scritto da Mosè viene tradotto in morale ecclesiale del 2010. Tipo "Non nominare il nome di Dio invano" = hai detto bestemmie? Come se c'entrasse qualcosa il dire bestemmie con quanto intendeva proibire Mosè a suo tempo. Ma lasciamo perdere. Il fatto è: io mi confesso, tu prete mi ascolti o no? Sai ascoltare? O pretendi che sia io che devo ascoltare te (per l'ennesima volta)? Se sono 10 anni che non vado a messa cosa ti fa pensare che comincerò oggi? Il fatto che me lo dici tu? Con quel tono, poi?
Molte persone fanno fatica a confessarsi perchè dicono "tanto dico sempre le solite cose". E' vero. Non sappiamo confessarci, d'altra parte non ce l'ha mai insegnato nessuno. Ma di fronte a questa fatica a che serve continuare a dire "intanto vieni lo stesso, vedrai che un pò alla volta il Signore ti aiuterà". Ma che paura di perdere la presa sulle pecorelle! Ma lasciamo che ognuno faccia il suo cammino. Se un gesto non ti dice niente, non farlo. Andare a messa o confessarsi per forza è una controtestimonianza. Meglio farlo un altra volta, quando ne sarai convinto, che confessarsi per obbligo, per timore di non aver detto qualcosa e che Dio se lo tenga segnato in rosso da qualche parte. A volte i preti hanno timore di essere lasciati soli nei loro confessionali, e con certi richiami sembrano voler dire "mi raccomando, torna a trovarmi".
In apertura ho lanciato un ultima domanda: dobbiamo cercare il Bene del cielo o il Bene della terra? Gli occhi vanno puntati sull'aldilà o o sull'aldiqua?
Beh, ancora una volta mi sembra corretto ristabilire le giuste distanze tra noi e Dio. Questo esercizio tra l'altro, è utile per avvertirne la misteriosa vicinanza in certi momenti.
Ci è stato detto che le beatitudini sono la guida del cristiano, e va bene. Ce le hanno spiegate come un disprezzo dei beni terreni per un piacere declinato al futuro che troveremo "nel regno dei cieli". Peccato si siano dimenticati di spiegarci che il mondo biblico non loda la povertà, anzi, se ne vuole liberare, e che quando Gesù dice "beati i poveri" intende dire che il momento della loro liberazione è arrivato, qui, adesso, nel senso che se viviamo come cristiani non ci saranno più poveri. Ma - mi diranno - il testo dice: "beati voi poveri perchè vostro è il regno di Dio" (Luca 6). Già, peccato che il regno dei cieli, o di Dio, non sia esattamente il Paradiso come intendiamo noi, ma Dio stesso, la sua presenza in noi, per accogliere la quale non dobbiamo aspettare di essere nell'aldilà. (cfr. J. Dupont, Le Beatitudini, Ed. Paoline)
Se Dio ci voleva tutti protesi nell'aldilà, nella comunione dei serafini e dei santi, perchè doveva inventare la vita? A che serviva creare l'universo se alla fine è solo d'impaccio, d'ostacolo, tra noi e la beatitudine?
Il paradiso e l'inferno sono qui, tra noi. Quello che sarà dopo lo vedremo, ma per ora quello che conta è il qui e l'ora. Il qui e l'ora "passano" inutilmente se io penso solo a preservarmi, a non contaminarmi, a non vedere, non toccare, non fare... in vista di un premio futuro (o peggio per timore di una punizione futura).
Se io faccio il male, cioè vivo egoisticamente (perchè questo è il male, non accorgersi dell'altro) "sto" male adesso, anche se non mi vengono tumori, vivo fino a 100 anni, rido e me la spasso. Tutto ciò non rende la mia vita meno infernale di un solo grammo. Chi sa donarsi sa questo, lo vive sulla propria pelle, e non ha bisogno di aggrapparsi al Giudice divino per motivare le proprie scelte.
Dio, con suo Figlio, è sceso dal trono dell'eternità, ma a volte sembra che facciamo di tutto per ricacciarlo al suo posto.

sabato 5 giugno 2010

Vivere qualcosa


Devo ammettere: non posso diventare me stesso se non mi apro con dedizione a ciò che non sono, alla realtà che mi sta di fronte. "Vivere" è sempre "vivere qualcosa". Non c'è da nessuna parte un vivere puro e semplice. Posso realizzare me stesso, vivendo, soltanto se mi protendo al di là di me stesso verso ciò che non sono; verso l'ente che mi è davanti: le cose, le persone, le idee, le opere ed i compiti che mi attendono. Divengo me stesso se accolgo quell'ente come oggetto, come contenuto del mio vivere, e vivo per lui, in lui, di lui.

Romano Guardini, Persona e libertà, La Scuola, Brescia, 1987

domenica 23 maggio 2010

Perchè?


Perchè dover scegliere tra un ideale ultraterreno e un istinto umano?
Tra un amore spirituale e uno di carne?
Tra la voglia di donare ed il bisogno di ricevere?
Perchè una scelta di vita basata su motivazioni spirituali deve comportare una rinuncia A PRIORI a parti fondamentali di sè, come la sessualità?
Certo, seguire il bisogno dell'altro potrà portarmi a fare anche tagli dolorosi su di me. A quel punto vedrò, e deciderò ascoltando anche il mio corpo e la sua tenuta. Ma non a priori. Che se ne fa Dio della mia sessualità? Lui vuole la mia vita, non il mio sesso.

Perchè una cosa non può stare accanto all'altra, a compenetrarsi e confermarsi a vicenda?
Perchè il desiderio di seguire Gesù e dare la vita per lui deve diventare "sporco" davanti all'istinto naturale verso l'accoppiamento, che una scelta di celibato non potrà mai cancellare?
Io mi chiedo se sporchi siamo noi con le nostre passioni umane e divine, o quelli che usano le prime per nasconderci le seconde, per farci sentire indegni, lontani, sbagliati.

La vicenda dei preti pedofili di certo è ingigantita e strumentalizzata dai mass media. Ma non si può negare che sia un boomerang terribile che colpisce poprio i puri, i censori, i nostri confessori affezionati al 6° comandamento. Una battuta d'arresto, che ha obbligato anche la chiesa che riabilita i lebfevriani a dire: si, ho sbagliato.
Preti, ridateci il corpo, ridatelo a voi stessi. Cristo non è uno "sposo" e la chiesa non è una "sposa". Sono immagini da non prendere alla lettera, perchè il piano naturale dell'amore umano non è quello dell'amore soprannaturale divino.

domenica 9 maggio 2010

Quando un prete se ne va


Quando un prete se ne va rimane l’amaro in bocca.
Quando l’amarezza ci coglie di sorpresa, quando la normalità si spezza improvvisamente, quando la regola viene strapazzata, allora si comincia a cercare un colpevole. Qualcuno contro cui scagliarsi, contro cui gettare le proprie pietre per poter alfine gridare "giustizia è fatta!"
E quale colpevole si può trovare migliore del prete stesso che ci ha tradito, non si è confidato, ha ceduto alla legge della natura, non si è sacrificato fino alla morte dell’anima? Quale miglior peccatore di lui, del santo che si strappa via l’aureola e grida arrabbiato "basta, non ne posso più, me ne vado!"

Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosé nella legge ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?

Ah, che vergogna! Aveva una donna, aveva un figlio, forse due, si dice addirittura che avesse un uomo…, inoltre aveva poca fede, lo dicevo io…, si vedeva che… Sì, sì, al rogo, al rogo! La nostra sensibilità religiosa è stata offesa, la nostra purezza e la nostra fiducia schiaffeggiate da quell’impostore. Bruciamo dai nostri ricordi quel miserabile e normalissimo essere umano, facciamolo a pezzi. Diciamo ogni porcheria su di lui perché sull’altare non vogliamo uno come noi, ma un dio. Vogliamo persone come padre Pio, suore come Madre Teresa di Calcutta, questi sì che sono degni! Ce lo ha insegnato la televisione. Sull’altare deve andarci un angelo del cielo, uno che sia tutto spirito e che sulla carne porti le stigmate della nostra debolezza. O tutto o niente! O bianco o nero! Mai una via di mezzo.
A chi punta il dito in questo modo io grido "vergogna!" A chi pensa solo a sé stesso, alle sue ferite, alla sua delusione, alle sue aspettative, io grido "egoista". A chi semplifica tutto tirando in ballo il diavolo tentatore io dico "Cieco! Ipocrita!" A chi giudica e vede bene di farlo sempre alle spalle, a chi "sa" cosa è giusto e cosa non è giusto con estrema facilità di linguaggio, a costoro io scrivo queste parole...
Siete belli, voi cristiani, che prima volete il prete a tutti i costi, e poi, quando scivola, lo crocifiggete. Siete proprio simpatici quando in lui vedete solo una mucca da mungere, un distributore di ostie e benedizioni. Ah, complimenti. Bravi. Viva la giustizia, abbasso la carità! Viva la chiarezza dei ruoli, abbasso l’umanità con i suoi alti e i suoi bassi.
E’ facile dare la colpa a chi non c’è, al più ferito, al più debole, parlare con chi ci da ragione e convincerci così che siamo nel giusto. E’ facile giudicare sul sentito dire e arrabbiarci poi come delle bestie se qualcuno dice qualcosa su un nostro figlio, o un nostro nipote. E’ facile, ma non c’è nulla di cristiano in questo modo di fare.

Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei...

A cosa serve pregare perché i giovani ascoltino la chiamata del Signore se non si rende questa chiesa un po’ più umana? A cosa serve pregare per le vocazioni se poi si pretende un prete che pensi come noi, agisca come vogliamo noi, abbia le caratteristiche che servono a noi? Anzichè piagnucolare chiedetevi seriamente: perché i preti scarseggiano e quelli che ci sono se ne vanno? Forse il Signore non sente la vostra preghiera? O forse i giovani di oggi sono più peccatori e atei che nei tempi passati? No! Il Signore chiama, ed i giovani lo sentono. Ma lo seguono su strade in cui possa convivere, accanto alla fede, la loro felicità, il loro sorriso, le loro crisi, le loro debolezze.
Cari cristiani, non guardate solo il vostro orticello con il suo bel parroco, il campanile e poco altro. Guardate l’insieme. Guardatevi attorno e chiedetevi cosa sta succedendo. Fatevi domande vere, e non dite sciocchezze tanto per dire. La chiesa è vostra. E’ vostro diritto e dovere farla e trasformarla. Se un ragazzo di 30 anni se ne va, sappiate che non ha bisogno dei vostri giudizi per stare meglio e tanto meno per cambiare idea. Lo sa già che fa peccato, che rinnega una promessa fatta davanti a Dio e al vescovo. Lo sa già che non vi ha lasciato tanto bene e che qualcuno si sentirà tradito.
Sa pure che dovrà cercare un lavoro, una casa, una sposa, senza l’aiuto di nessuno, sa pure che sarà bollato per sempre come uno "spretato". Ha già parecchi problemi anche senza tutti quei sensi di colpa che vorreste buttargli addosso. Abbiate rispetto verso chi ha dato la vita al Signore, verso chi è venuto tra voi senza pretese, con il sincero desiderio di annunciare il vangelo e su quello non vi ha mai detto bugie, non ha mai raccontato frottole e su quello non si fa sconti neppure ora. Abbiate rispetto di chi si è fidato di tutti coloro che gli hanno continuamente detto "vai avanti, fidati, sta tranquillo, il Signore ti aiuterà" e perlomeno ci ha provato. Abbiate rispetto della sua rinuncia, della sua fatica di rientrare in una chiesa, della sua onestà di fondo. Imparate a guardare ciò che non si vede e non fermatevi all'apparenza. Abbiate rispetto se un giorno ne vorrete anche verso di voi.

... se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi. (Gv. 8)

(dall'Introduzione di "Chiesa, dove vai?" Mauro Borghesi, 2001)

domenica 25 aprile 2010

Testimoni digitali


Il papa ieri ha parlato di internet ad un Convegno organizzato a Roma dalla CEI sulla presenza dei cattolici in rete.
Il suo intervento si può scaricare sul sito del convegno www.testimonidigitali.it
Non è la prima volta che un papa parla di internet e non intendo commentare per l'ennesima volta né l'idea del Vaticano sul fenomeno internet, né questo specifico intervento nel suo complesso.
Riprendo solo un paio di passaggi sui quali non mi trovo d'accordo e per una riflessione più approfondita rimando alla pagina “Una fede reticolare” del 24/01/10 su questo blog.

Dunque, questo è il primo passaggio:
1.Il papa elenca brevemente le opportunità ed i rischi offerti dalla rete, e dice “Aumentano i pericoli di omologazione e di controllo, di relativismo intellettuale e morale, già ben riconoscibili nella flessione dello spirito critico, nella verità ridotta al gioco delle opinioni, nelle molteplici forme di degrado e di umiliazione dell’intimità della persona”.
Temo che cose troppo diverse siano state messe nello stesso calderone. Se si parla di un rischio di “controllo” siamo tutti d'accordo e mi pare si stia lavorando per una navigazione più sicura. Si può condividere pure il fatto che internet favorisca il “relativismo intellettuale e morale”, il “gioco delle opinioni”, per non dire che scopriamo l'acqua calda quando si favoriscono “molteplici forme di degrado e di umiliazione dell'intimità della persona”. Bisognerebbe però ribattere al pontefice che forse non è così negativo il fatto che le persone si confrontino, anche se questo può significare correre il rischio che le idee finiscano tutte sullo stesso piano. In fondo è da un pezzo che siamo diventati relativisti e la rete non fa altro che offrire alle persone che vogliono la possibilità di rendere pubblica la propria idea. Il relativismo, d'altra parte, lo combatti con la forza delle idee e non limitando le fonti di informazione e di espressione. Dire che esprimere la propria opinione è una sorta di “gioco” al quale il web si presta, non è proprio molto corretto. E' vero, molti giocano sui social network al “secondo me...”, ma in un'ottica di formazione verso l'autonomia questo passaggio è necessario. Occorre educare ad esprimersi perché la verità non cala dall'alto dentro noi come fossimo un vaso vuoto da riempire. Se poi qualcuno si allontanerà dagli oratori per aver letto qualcosa su internet contro la chiesa non dobbiamo viverlo come un problema. Le persone vanno e vengono, riflettono, cambiano idea, maturano, e questo è NORMALE, e fa bene ai singoli, come anche alla chiesa. Se restano meno persone nel mondo cattolico, ma più convinte, siamo sicuri di averci rimesso?
Siamo passati, d'altra parte, per l'epoca dei pensieri forti. Abbiamo visto cosa hanno fatto comunisti e fascisti al governo. Abbiamo visto pure la chiesa al tempo del Sacro Romano Impero, e si è visto che non funziona.
Nel calderone dei pericoli Ratzinger mette anche il rischio di “omologazione” e di una “flessione dello spirito critico”. Penso che se il rischio del relativismo è reale, quello della omologazione, cioè del contrario del moltiplicarsi di opinioni e di idee, non c'è, anzi è proprio combattuto. Certo le menti più deboli possono omologarsi e ritrovarsi sotto un sapere prepotente anche su internet, ma questo non è un problema della rete, è un problema delle persone. Anche le autostrade uccidono, anche i treni e gli aerei. Che facciamo, ne vietiamo la produzione? Internet è un autostrada nuova. Va dotata di tutti gli accorgimenti utili perché ladri e malati mentali possano essere fermati prima di fare dei danni, ma non la si può fermare. Se qualcuno attraverso internet, poi, si “omologherà” a certi giudizi preconcetti, significa che non sa usare la rete. Resta comunque molto più omologante la tv o la singola rivista, dove il sapere è unidirezionale e la possibilità di trovare l'opinione opposta è più difficile da raggiungere rispetto ad una navigazione in rete. La rete aiuta a rivitalizzarlo, lo spirito critico, non a spegnerlo. E' la Tv che spegne lo spirito critico, casomai. Guardiamo solo a come si sono ridotti i telegiornali delle principali reti televisive. Uno la fotocopia dell'altro, a caccia della notizia che fa ascolto più che della notizia in sè. E nel pieno ossequio verso la classe dirigente.
Anche il fenomeno delle conversioni improvvise spiattellate in Tv con una certa abbondanza è un fenomeno in crescita che personalmente mi preoccupa un bel pò. Perchè solo un idea di fede viene data, sempre condita di protagonismo, di eventi paranormali, guarigioni, visioni, vita ascetica raccontata nei minimi particolari, affinchè contrariamente al precetto evangelico la propria sinistra sappia veramente ogni particolare di ciò che fa la propria destra.
"I nuovi convertiti spopolano sulle riviste con la loro fede nuova di pacca o portano in libreria titoli sobri come "Grazie Gesù", "Ad un passo dal baratro", finendo regolarmente in classifica. Paolo Brosio che va a Medugorje, Claudia Koll che invoca Padre Pio, Magdi Cristiano Allam che si fa battezzare da papa Ratzinger, Giovanni Lindo Ferretti che si ispira ai mistici medievali... le cadute di cavallo sulla via di Damasco non si contano più e siamo circondati da un nugolo di nuovi fedeli sempre più indiscreti su quello che dovrebbe essere il più intimo dei misteri. Parallelamente la televisione si è resa conto che il romanzo spirituale tira quanto e più di quello criminale e la conseguenza è stata che le produzioni di fiction dedicate alle vite dei santi si sono moltiplicate a ritmo vorticoso. (...) hanno storie da fiction (...) la loro è la nuova santità del fare, quella che alza l'audience, commuove casalinghe sui divani e sdogana la professione di fede dall'area degli argomenti tabù alla ribalta della Tv". Michela Murgia, Ave Mary, Einaudi 2011.
La televisione, per come è fatta, è portata a presentare la fede in un certo modo, e bisogna saperlo.
La rete ha molte più voci, e più deboli, certo. Vi si trova di tutto, dalle perle alle schifezze, è vero, ma questo ci spinge a cercare le notizie, le persone, i dibattiti, a non accontentarci di ciò che abbiamo trovato, a criticarlo, anche intervenendo direttamente. Cercare implica un movimento cerebrale attivo, ricerca di nomi, di parole chiave, cosa molto più attiva del semplice zapping che ci offre il telecomando sul divano. Chi naviga può omologarsi, ma è spinto dalla rete ad intervenire e a cercare altre voci, approfondimenti, cosa che non si può fare con i media classici.

Passiamo al secondo concetto che non mi convince.
2.Il papa dice “I media possono diventare fattori di umanizzazione. (…)” Ciò richiede che "...siano espressamente animati dalla carità...” L'espressione è ripresa dalla Caritas in Veritate, ai papi infatti, piace citare se stessi.
Ora, dire che internet, come gli altri media, sia animato dalla carità, non è retorico? A che serve? Sembrerò prevenuto e fin troppo pignolo, ma questo linguaggio mi ha stancato: che esso venga da un pontefice, o da un presidente del consiglio o da un conduttore televisivo (Scotti, la Ventura...), io vorrei più rispetto per la parola “amore”, perché è troppo importante. Rispetto significa anche non usarla in modo moralistico. Tutto deve essere animato dalla carità, per un cristiano, ovviamente anche l'uso di internet. C'è bisogno di ripeterlo? Se un papa si esprime su internet deve dire questo?
La carità è il fondamento della nostra fede. E' la cosa che va meno detta e più fatta. Si trasmette facendola, non dicendola, e tantomeno dicendola con il verbo rafforzativo “dovere” davanti.
Io mi aspetto che un pontefice favorisca l'accesso a internet dei cattolici, e lo ha fatto, mi aspetto che lo veda come uno strumento per annunciare il vangelo, e lo ha fatto. Ma poi mi aspetto anche qualcosa di più, un piccolo passo in avanti. Un ragionamento sullo strumento internet, sulle provocazioni che lancia alla chiesa come metodo, come modo di comunicare “reticolare”. Mi aspetto una chiesa che di fronte a internet accetta di discutere, accetta il rischio del relativismo, scende sul piano dello scambio di opinioni e si gioca sulla forza delle sue convinzioni.
Dire che dobbiamo essere animati dalla carità che significa? Io critico spesso questo papa, e credo di essere animato dalla carità. Ma qui non è in gioco la carità, quella me la gioco con i “volti”, come dice anche il papa, con le persone che incontro in carne ed ossa. Questo “internet” è un gigantesco forum dove si incontrano le idee, le riflessioni, le nostre ragioni. Non la carità. La chiesa è pronta a immettere la sua “notizia” nella rete? Ha senso “annunciare” in rete? In rete, nel 2010, si può annunciare qualcosa senza ricevere a nostra volta un annuncio, senza ascoltare l'annuncio della terra?
Questo mi aspetto dal mondo cattolico, e non solo dal papa. L'invito ad essere animati dalla carità è un invito vago, che detto così non significa niente. Facciamo lo sforzo di fare un passo in avanti.

sabato 24 aprile 2010

Credenti, non creduloni

Riporto questa riflessione non perchè la condivida in pieno, ma perchè pone domande serie che aiutano ad approfondire una fede troppo spesso basata sul sentito dire e su una fiducia incondizionata a persone umane, e quindi pienamente fallibili.

di Jacques Noyer in “www.temoignagechretien.fr” del 23 aprile 2010 titolo "Bisogna credere alla Risurrezione?"(traduzione: www.finesettimana.org)

Sembra che molti cristiani non credano alla Resurrezione di Gesù. Com'è possibile?
L'apostolo Tommaso è stato uno di quelli. Con disprezzo, viene chiamato l'incredulo. Per una volta che uno resiste ad un “sentito dire”, bisogna rimproverarglielo? Bisogna credere a tutto quello che viene detto? E la resurrezione di Gesù, è forse una cosa diversa da un “sentito dire”? Delle persone dicono di aver visto. Altre persone hanno visto delle persone che hanno visto. Ogni evangelista presenta una raccolta personale delle voci che si diffondono al riguardo, tutte più o meno strane.
Quelli che hanno visto non fanno vedere a quelli che non hanno visto. Bisogna credere sulla parola.
È sufficiente un gran numero di creduloni per per trasformare una voce in una verità? È questo credere? Se la Chiesa è soltanto il club dei creduloni e degli ingenui, come può far venir voglia di unirsi a lei?
Io temo che troppo spesso le cose siano state presentate così o siano state capite così. Quando mi si parla della fede degli Apostoli, rischio di intendere: bisogna aver fiducia di quelle brave persone.
Quando mi si parla della fede della Chiesa, rischio di intendere che bisogna credere al signor parroco. Quello che viene definito “credere alla Resurrezione” diventa credere a delle brave persone che ci riferiscono delle narrazioni. Malgrado tutta la simpatia che posso avere per loro, ho ben il diritto di fare le mie riserve, no?
Il sistema del “sentito dire” ha potuto funzionare finché il clero ha potuto far credere che le brave persone non erano capaci di pensare con la propria testa. Non avevano nemmeno accesso diretto alle sacre scritture. I credenti erano anche dei creduloni. Oggi non è possibile restare in questa confusione tra l'evangelo di Gesù Cristo e i “sentito dire” che si sono diffusi dopo la sua morte, tra la fede nella sua missione e la credulità in aneddoti meravigliosi.
Del resto, se si vuole essere precisi, nessuno ha creduto alla resurrezione di Gesù. Quella di Lazzaro aveva avuto un'altra evidenza. Si è usata quella parola, in mancanza di qualcosa di meglio. Gli apostoli dopo la morte di Gesù hanno capito che la sua impresa non era compiuta, che la sua missione continuava, che la sua Parola manteneva la sua potenza, che la sua presenza aveva cambiato evidenza. Essere credente non era essere creduloni, ma mantenere la fede in colui che li aveva commossi, cambiati, mobilitati, trasformati. Per un istante, la croce li aveva sconvolti. Quella domenica mattina riprendevano fiducia. Era la loro fede che era resuscitata. Nata nell'incontro di Gesù, la fede faceva dire loro: è ancora vivo!
Si può credere che il mondo sarebbe diventato cristiano con quella rapidità semplicemente perché un uomo era uscito dalla tomba? Ma di storie così, se ne raccontavano tutti i giorni e di più straordinarie. Credere in Gesù, significava accogliere un nuovo volto di Dio, un Dio che non stava dalla parte dei ricchi, dei re e dei preti, un Dio che non preferiva l'uno o l'altro, un Dio che non fissava le vite in un giudizio definitivo, un Dio che non chiamava alla violenza ma al perdono, un
Dio che amava come un Padre e invitava ad amarci gli uni gli altri.
Tutto quello che racconta la Chiesa, tutto quello che dice, tutto quello che fa ha l'unico scopo di aprire il cuore degli uomini a quella fede. È certo che tutti i miracoli che si raccontano sulla sua nascita e sulla sua morte abbiano potuto o possano ancora aiutare molti ad entrarci. Era l'intenzione esplicita di Giovanni evangelista. Ma oggi, presentare quelle “verità” come il contenuto della fede
crea per qualcuno delle difficoltà invece di essere un aiuto. Permettiamo loro di essere credenti senza essere creduloni!

domenica 14 marzo 2010

Il ritorno del figlio perduto


C'era una volta una donna che aveva due figli.
Il più giovane disse alla madre: "Voglio andarmene. Qui ho tante comodità, ma mi sento soffocare, ed ho bisogno di fare le mie esperienze."
Lei, a malincuore, lo lasciò andare. Quel figlio non prese con sè la parte di patrimonio che gli spettava, né tanto meno andò a sperperare quel poco che si trovò nelle tasche. Cercò di ricostruirsi una vita daccapo insieme ad una compagna, sperimentò il mondo del lavoro in un alternarsi di soddisfazioni e delusioni.
La madre non lo odiò, non gli mandò contro disgrazie o minacce, ma fece di tutto per cancellarlo dalla propria memoria. Il ricordo di quel figlio era per lei troppo doloroso, quasi scandaloso, e così si sforzò di non pensarlo fino quasi a dimenticarlo. In fondo aveva ancora con sè l'altro figlio che gli dava delle belle soddisfazioni: era fedele e devoto e non sembrava così turbato per la mancanza del fratello, nonostante il tanto lavoro da fare.

 
Qui potrebbe finire la storia. La ferita della separazione sembra aver trovato il suo rimedio: ognuno, almeno apparentemente,  ha trovato sollievo per la propria sofferenza. Ma solo apparentemente. Vi è qualcosa, in un legame di sangue, che nulla può sostituire e nessuna lontananza può mettere a tacere.
 
Il figlio imparò a camminare con le sue gambe, fece esperienze nuove in condizioni che non avrebbe mai incontrato restando al sicuro al focolare della madre. Man mano che la sua esperienza e capacità di gioire cresceva ecco che però in lui prendeva posto un risentimento sempre maggiore. Ogni notte il sonno della madre era inquieto, il suo umore pessimo, evitava le feste e sembrava presa da una sempre maggiore bramosia di allargare i suoi confini, crescere in potenza e rispettabilità.
Per il figlio le cose non andavano molto meglio. Dapprima quella separazione si trasformò in amarezza: cominciò a pensare che se le cose tra loro non avevano funzionato la colpa era stata della madre, troppo rigida nei suoi schemi e attaccata alle proprie usanze. La cominciò a criticare ferocemente pensando di essere diventato un uomo libero di pensare e dire quel che vuole senza timori ed ipocrisie. Ma ecco che più rabbia riversava fuori e più se ne ritrovava dentro; la sua pace, tanto faticosamente riconquistata sembrava di nuovo in pericolo; il suo passato una ferita aperta, per nulla rimarginata.
Poi, un giorno, il figlio arrabbiato incontrò un uomo che gli cambiò la vita.
Fino ad allora tutti gli avevano detto: "Hai ragione! Hai coraggio! Continua così!"
Quell'uomo invece gli disse: "Tu sei fesso a startene lontano da lei. Io una madre non ce l'ho. Sono orfano. Se io avessi una madre sarei l'uomo più felice del mondo. Che t'importa se non capisce le tue esigenze, se è dura, ignorante? Che importa se dovrai litigarci ogni giorno!? L'importante è avercela, una madre."
A questo aspetto non aveva pensato. Aveva sempre dato per scontato che sua madre fosse una madre e lui un figlio. Allora smise di sputare sentenze e cattiverie. Smise di fare la vittima e cominciò a sentirsi fortunato. Essere figlio era la sua fortuna.
Con questa nuova convinzione tornò alla casa materna: non per chiedere scusa, né per rinnegare le sue esigenze ed il suo punto di vista. Volle soltanto guardarla nuovamente negli occhi e dirle "tu sei mia madre". Lei lo vide arrivare che lui ancora era lontano, ma ecco gli corse incontro, quasi non aspettasse altro che quel momento.
"Madre" gli disse, "Tante cose ci allontanano. Tante cose io farei in modo diverso. Facciamo in modo che questa diversità non ci separi più ".
"Figlio mio...", rispose la madre commossa, e senza riuscire a dire altro lo abbracciò.
L'altro figlio vide la scena da lontano e rimase un pò contrariato.
Disse tra sè: "Ma allora a che serve essere rimasto fedele ed obbediente?" E si chiuse in silenzio nelle sue stanze.
Quando la madre riuscì ad avvicinarlo gli disse: "Cerca di capire: io dovevo far festa! Questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato".

 
E’ così che oggi io rileggo la parabola di Luca 15. Rivolta a me, ex prete, figlio che se ne è voluto andare dalla casa materna. Figlio inquieto, capace di buttare all’aria una cosa grande come il sacerdozio pur di non soccombere sotto il peso di una sacralità troppo lontana dalla vita reale. Io, come tanti altri, mi ritrovo ora libero, ma orfano. Oh certo, ho tanti amici, una famiglia, un lavoro… ma quell’ideale grande che mi aveva preso sui vent’anni, quel desiderio di essere Chiesa per il quale avevo deciso di dare la vita, dov’è finito? Io penso non sia giusto fingere che non ci sia mai stato, e non è giusto neppure dire “mi ero sbagliato”, “non era la mia vocazione”. Altroché se lo era!
Abbiamo avuto dei problemi che il tempo non ha certo risolto o reso meno aspri. Diversità di vedute, di prospettive, di valutazione. Non per questo però, potrò “lottare contro” la Chiesa. Non è giusto, infatti, neppure farsi prendere dalla rabbia ed ingaggiare una battaglia con la Chiesa alla stregua dei radicali o delle sette ad essa avverse. Lei ha fatto con me degli errori, ma è mia madre. Anch’io ne ho fatti con lei, ma resto suo figlio: bene o male devo ammettere che è lei che mi ha aperto all’esperienza di fede. E come in una famiglia in cui i genitori non capiscono i figli ed i figli i genitori, così è accaduto a noi. Questo però non significa che non si sia più figli o genitori.
Credo che cominceremo a capirci solo quando uno dei due inizierà a chiedere scusa all’altro. Credo che tutti dobbiamo convertirci, ma nessuno lo farà se si sente giudicato. Credo che noi ex preti, ex suore, noi omosessuali, divorziati risposati, noi che non possiamo più accedere ai sacramenti, siamo ancora Chiesa. Sì, noi siamo Chiesa: questo la Chiesa non ce lo nega. E questo è il punto di incontro, il punto di forza. L’accusa solitamente suscita la contro accusa, l’esclusione vicendevole, la separazione. Ma restandocene fuori non potremo mai cambiarla, nostra madre. Se invece resteremo dentro dovranno prima o poi fare i conti con noi, prendere atto che esistiamo e che magari tra noi ci sono anche persone carismatiche, santi, cristiani esemplari. Quella che ci si prospetta davanti è una sfida vera e propria: convincere la Chiesa che anche noi siamo Chiesa.
La Chiesa è rimasta sconvolta quando ce ne siamo andati, ma ancor più lo sarà al nostro ritorno. Noi busseremo, e busseremo ancora, finchè qualcuno non ci aprirà uno spiraglio. Quella è anche casa nostra, non dobbiamo dimenticarlo. La Chiesa è rimasta ferita quando ci siamo tolti la veste, ma la vera tragedia in realtà avviene quando si perde la fede, e questo di solito accade dopo, quando cala il sipario sullo scandalo, quando si rimane soli a fare i conti con la propria miseria. Molti nella Chiesa pensano che nel momento stesso in cui ce ne andiamo, perdiamo anche la fede; non sanno che non è così, dobbiamo dirglielo che non è così e che se qualcuno perde la fede, accade dopo! E proprio a causa di quelli che ci danno per “palla persa”.
Non ci basta più non perdere la fede. “Fede” per un cattolico richiama fortemente il concetto di “Chiesa” e noi non vogliamo costruire una Chiesa nuova, come fecero secoli addietro i Protestanti o gli Anglicani. Noi vogliamo essere “questa” Chiesa ed il miglior modo per farlo sarà proprio quello di comportarci come se fossimo dentro, accettati per quel che siamo. Dal di dentro non reagiremo alle offese, ma perdoneremo; e non condanneremo, perché noi per primi non amiamo essere condannati, e soprattutto perché Cristo non ci ha condannati. La Chiesa ha bisogno di essere corretta con amore: tanti la osannano ciecamente rifiutando di riconoscere i suoi ritardi e le sue piaghe; tanti altri la giudicano spietatamente, desiderosi più di vendicarsi che di cambiarla. Noi non saremo né degli uni, né degli altri.
Tutti son capaci di litigare, di separarsi, di mandarsi al diavolo. Se facciamo questo, a che serve la nostra fede? Essa non ci chiede di chinare il capo e di non far valere le nostre idee, ma di esporle in modo ecclesiale, nella Chiesa, nella convinzione che nessuno ha tutta la verità in tasca, e se qualcuno compie sbagli madornali non và maledetto, ma aiutato.
Non credo nell’accusa, nel dito puntato, negli anatemi contro chi per primo mi ha anatemizzato. Non credo nella guerra. Credo nella potenza del perdono.

sabato 6 marzo 2010

Il voto "illuminato"


Questo spazio web si proponeva agli esordi di non seguire i fatti di cronaca, ma di fare riflessioni più ampie con uno sguardo generale sulla realtà e sulle scelte della chiesa cattolica. Purtroppo mio malgrado mi ritrovo sempre più spesso a scendere sul campo della cronaca perché succedono cose gravi sotto i nostri occhi che passano come se niente fosse, e questo non è accettabile.
Ci avviciniamo alle votazioni regionali e come se non bastassero i giornalisti ed i politici a stimolare il senso di nausea che accompagna chi ogni giorno paga le tasse e va a lavorare, ci si mettono pure i nostri cari vescovi dell'Emilia Romagna. Fate lo sforzo di leggere questi pochi passaggi pubblicati il 22 Febbraio 2010 e ditemi voi se si può tacere come se niente fosse.
Chi vuole può leggere la nota episcopale per intero sul sito www.zenit.org

Gli Arcivescovi e Vescovi della regione Emilia-Romagna desiderano indirizzare ai fedeli delle loro comunità questa comunicazione, in vista delle elezioni regionali del prossimo mese di marzo.

A questo punto vengono elencati i valori non negoziabili del cattolico, poi arrivano i magnifici punti 5 e 6

5. La Chiesa non deve prendere «nelle sue mani la battaglia politica» [cfr. Benedetto XVI, Deus caritas est, 28]. Pertanto clero ed organismi ecclesiali devono rimanere completamente fuori dal dibattito e dall’impegno politico pre-elettorale, mantenendosi assolutamente estranei a qualsiasi partito o schieramento politico.

6. Ma è un diritto dei fedeli essere illuminati dai propri pastori quando devono prendere decisioni importanti.

L’aiuto che i sacerdoti devono dare quindi consiste nell’illuminare il fedele perché individui quei valori umani fondamentali che oggi in Regione meritano di essere preferibilmente e maggiormente difesi e promossi, perché maggiormente misconosciuti o calpestati. Il Magistero della Chiesa è riferimento obbligante in questo aiuto al discernimento del fedele. Ma il sacerdote deve astenersi completamente dall’indicare quale parte politica ritenga a suo giudizio che dia maggior sicurezza in ordine alla difesa e promozione dei valori umani in questione. Questa indicazione infatti sarebbe in realtà un’indicazione di voto.


Ecco, non so voi, ma io credo che a questo punto tacere sarebbe come acconsentire, e io mi sento di dire alcune cose.
1.Grazie vescovi, per la vostra premura, ma io in quanto cattolico, rinuncio al mio “diritto” di essere illuminato dai pastori. Sia perché questo diritto fino a poco tempo fa lo chiamavate “dovere”, e questo già puzza un po', e sia perché mi ritengo abbastanza adulto da illuminarmi autonomamente, leggendomi i programmi politici e confrontandoli con i valori cristiani che, se sono cattolico, dovrei conoscere.
2.Vedo che con estrema puntualità ci ricordate ad ogni appuntamento elettorale che Il Magistero della Chiesa è riferimento obbligante per chi vota. Scusate, ma pensavo che la parola “obbligante” fosse crollata insieme al muro di Berlino e alla caduta della DC. Pensavo poi che se un cristiano è eventualmente obbligato a qualcosa, è a Cristo e al suo vangelo, che non risulta aver mai dato indicazioni di voto ai suoi discepoli e anzi fu abbandonato proprio da colui che si attendeva risposte più politiche, Giuda. Peccato che Gesù Cristo nel vostro "comunicato" non sia mai nominato neanche una volta.
3.Come ho già avuto occasione di dire su questo blog, (cattolici e politica) i valori di fondo che dovrebbero guidare un cattolico nel dirigere la propria matitina su un simbolo o l'altro, sono molti di più di quei pochi che voi continuate a selezionare in seguito alle trattative private con Berlusconi. Non sarebbe meglio evitare scambi di piaceri, - quali ad esempio sui finanziamenti alle scuole private, sulle tasse ridotte ai beni ecclesiastici, sull'8 per mille – prima di farvi promotori di valori di fondo che non stanno mai tutti da una sola parte e che inevitabilmente, per quanto si eviti di fare il nome di un partito, portano a orientare il voto da una parte o dall'altra?

Una ultima considerazione. I documenti della gerarchia ecclesiastica continuano a dire che loro compito non è indicare il voto, come facevano fino a pochi anni fa, ma “illuminare”, indicare i valori che un cattolico deve difendere nella società. Un criterio opinabile, secondo me, ma sempre un passo in avanti rispetto a quando si chiedeva in confessionale “per chi hai votato?”.
Ora mi chiedo: i “pastori” sono preparati a questo compito? Sanno scindere tra le proprie opinioni personali che li portano come cittadini ad esprimere un voto specifico e la loro funzione di segnalare quei “valori umani fondamentali” senza esprimere una specifica “indicazione di voto”? Non sarà che troppo spesso parlano di politica come se ne parla al bar, alzando la voce o comunque esprimendo giudizi espliciti su uno schieramento o l'altro?

Vi invito a riscoprire la vostra chiamata nella chiesa, a riscoprirvi come uomini dedicati al culto e alla cura spirituale delle persone. Per il resto cominciate ad ascoltarci, smettendola di dare per scontato che siamo sempre noi a dover ascoltare voi. Imparate a fare bene la vostra parte e noi laici cercheremo di fare al meglio la nostra, dandovi, nel caso lo chiediate anche qualche avvertimento sui lupi che sarebbe meglio non frequentare. Ricordate che CHIESA lo siamo tutti insieme, ed il vostro ruolo al suo interno è quello di amministrare i sacramenti, e non è poco.

domenica 14 febbraio 2010

Partecipare davvero

Propongo la sintesi di un saggio di Ladislas Orsy, gesuita, pubblicata dalla rivista Il Regno (14, 2009) con il titolo "Il popolo di Dio". Mi pare molto interessante.


Chi sono i laici? Qual'è il loro ruolo?
Nelle sue memorie Alex Carter (1909-2002) ricorda un discorso di addio di Pio XI, nel 1939. Disse qualcosa del genere: la chiesa, il Corpo Mistico di Cristo, è diventata mostruosa. La testa è enorme, ma il corpo è rattrappito. Voi sacerdoti dovete chiedere ai laici di diventare insieme a voi, testimoni di Cristo.
Il Concilio Vaticano II ha ripetutamente affermato la dignità di tutto il popolo di Dio. Ma dopo il Concilio una nuova norma del Diritto Canonico è andata in direzione opposta. Ha escluso i laici da importanti processi decisionali. Oggi la norma viene rispettata nella pratica: nessun laico è membro o ufficiale maggiore (un'espressione tecnica, ben definita nel diritto) di una congregazione romana, nessun laico ha diritto di voto nei sinodi e nei consigli di livello superiore; nessun giudice laico in un tribunale ecclesiastico può operare come giudice unico. Insomma, nessun laico è ammesso nella sancta sanctorum, cioè nell'esercizio di un ruolo significativo nella costruzione della chiesa dall'interno.
Diamo la parola al Codice di Diritto Canonico, can. 129 comma 1: Sono abili alla potestà di governo che propriamente è nella chiesa per istituzione divina, coloro che sono insigniti dell'ordine sacro. comma 2: nessun laico ha la capacità di esercitare questa potestà. I laici possono cooperare con gli ordinati senza partecipare alla potestà.
Questa netta e radicale esclusione dei laici da una qualsiasi partecipazione alla potestà di governo interrompe una tradizione immemorabile: è una novità. Ma se il can. 129 non ha radici nel passato, da dove viene?
Con il can. 129 entra in gioco una nuova concezione della potesta episcopale denominata con la nuova espressione "la potestà sacra". Si tratta di un dono sacramentale specifico conferito dalla consacrazione episcopale. Esso comprende cumulativamente la potestà di insegnare (profeta), santifica (sacerdote) e governare (re).
Il fatto di riservare l'espressione "la potestà sacra" esclusivamente alla potestà episcopale indica una mancanza di stile in teologia. La potestà sacra nella chiesa è conferita a tutto il popolo di Dio attraverso l'onnipervasiva presenza dello Spirito. E' presente e operante nei membri ordinati e in quelli non ordinati. La dottrina secondo cui le persone non ordinate possono solo cooperare con la potestà di governo, ma non parteciparvi, pretende che questa potestà sia indivisibile. Non c'è alcuna ragione teologica per la quale un vescovo non possa permettere ad una persona qualificata di "partecipare" alla sua potestà di governo purchè questa potestà non intacchi il carisma esclusivo dato dall'ordinazione.
Quando vengo invitato a parlare della teologia del laicato chiedo ai laici presenti: In quale momento della vostra vita siete diventati laici? Dopo qualche esitazione rispondono : al battesimo. Allora continuo: ma siete stati battezzati per restare "laici" per sempre? Ben presto emerge un consenso: tutti noi, laici e chierici, siamo stati battezzati per essere il popolo di Dio con tutti i doni che questa gioiosa condizione comporta. Il battesimo realizza una sostanziale uguaglianza tra tutti i battezzati, un'uguaglianza che non deve mai venir meno. Come definiamo i laici? In genere la risposta è pronta e chiara: i laici sono i non ordinati. Replico: si, ma si può definire una realtà esistente con un'espressione negativa, che afferma semplicemente la mancanza di una sostanza? Ovviamente no. Quindi non possiamo costruire una teologia del carisma dei laici quando non c'è alcuna evidenza di una qualsiasi particolare azione sacramentale che conferisca un tale carisma specifico.


Meditate gente, meditate.

giovedì 11 febbraio 2010

Viola d' inverno - Roberto Vecchioni

...e dopo avere diviso tutto, neanche ti avverto che vado via, ma non mi dire pure stavolta che faccio sempre di testa mia, tienila stretta la testa mia

giovedì 4 febbraio 2010

Io cosa annuncio?


Qualcuno, più laico, valuterà questa domanda troppo cattolica: ma è proprio necessario “annunciare” qualcosa? Non sarà una fissa di voi cattolici? E allora parto da qui.
Annunciare non è facoltativo. Qualunque cosa tu creda o non creda annunci qualcosa, nel senso che dalla tua presenza, fatta di parole, silenzi, comportamenti, assenze, gli altri riceveranno sempre e comunque un messaggio, che tu lo voglia o no. Tanto vale rendersene conto ed usare questa capacità di comunicare in modo consapevole.
Dunque la domanda iniziale ha un fondamento. Io, visto che qualcosa annuncio, cosa annuncio?
E' una domanda che mi frulla dentro da un po' e penso mi faccia bene, perché mi aiuta a guardarmi da una certa distanza per vedere, in definitiva, se mi piace o no quello che rimando a coloro che incontro.
Uno potrebbe scoprire, per esempio, di annunciare soprattutto un gran rancore, una gran delusione nei confronti del Vaticano e delle autorità ecclesiastiche. E poi chiedersi, vale la pena vivere per annunciare questo? A volte, parlando con ex preti, ma anche con preti, sembra proprio di incontrare rabbia e delusione. Non che si debba accettare acriticamente tutto ciò che viene dall'alto, ma credo che non bisognerebbe mai permettere alla critica di conquistare l'anima di una persona, perché questa, per quanto abbia ragione nelle sue argomentazioni, lentamente cambierà, diventerà cinica, prevenuta, arida.
Uno potrebbe scoprire, per fare un esempio opposto, di credere ed annunciare solo la chiesa, quello che dice, che fa, che propone. Ma è assurdo. Scopo della chiesa non è annunciare sé stessa: se si vuole vivere per una associazione umanitaria non c'è bisogno di far parte della chiesa.
Ci sono persone che annunciano soprattutto i miracoli della Madonna, altri il pericoli del demonio. Si potrebbe andare avanti.
Poi da un punto di vista più personale, accanto all'aspetto religioso, c'è un annuncio che riguarda noi stessi e la considerazione di chi incontriamo. Si possono usare le proprie energie per decantare le proprie qualità e capacità, oppure per additare i difetti degli altri. In definitiva un errore che si fa spesso è proprio quello di annunciare sé stessi. So fare, sono capace, merito, non è colpa mia.
Credo che sia salutare per chiunque fermarsi di tanto in tanto e chiedersi, ma quello per cui mi do tanta pena, vale tutta quella pena?
Può darsi di sì, ma può darsi anche di no. Il mio annuncio vale il prezzo della mia vita?

Una volta fatto spazio sul tavolo della propria anima, un cristiano non può esimersi dal fare un passo avanti: ma io annuncio Cristo? In che senso sono cristiano? E prima ancora: me ne frega qualcosa di Cristo, della sua salvezza, delle sue parole, di quello che ha fatto “per me”? Il mio
annuncio è fatto di parole, di riti, di simboli tradizionali, o è qualcosa che davvero influisce nella mia vita?
Si può credere di annunciare Cristo perchè ci si dice cristiani, e poi di fatto annunciare con il proprio linguaggio “non verbale” tutt’altro. Si può credere di non credere in nulla ma avere un rispetto per cioè che chiamiamo “valori” che di certo non lascia indifferenti coloro che incontriamo.
Io non so bene cosa annuncio. Di certo anche la mia incertezza, i miei dubbi, le mie domande. Ma in certi momenti mi nasce dentro un GRAZIE che viene da lontano, che non ha senso, non vuole ottenere niente, non appartiene ad un ragionamento logico, ed in quei momenti penso di annunciare questa fede come altrimenti non accade mai.
Anche se non mi vede nessuno. Anche se in una folla non sono al centro. Anche se in quei momenti il pensiero di annunciare è proprio l’ultimo che mi passa per la testa.

domenica 31 gennaio 2010

La memoria non basta


La memoria, da sola, può rafforzare la paura, il rancore, il desiderio di vendetta. Ricordare l'Olocausto facendo vedere una volta all'anno le immagini dei poveri ebrei stipati nei vagoni, o scarnificati dalla fame dietro il filo spinato serve per commuoverci, per provare un po' di pena, ma non ci fa fare un passo culturalmente. L'Olocausto rimane una cosa ormai ben lontana, che non ci riguarda, che non è successa per colpa nostra, come le deportazioni dei neri in America, come il rogo delle streghe e tutti i massacri della storia. Noi non c'eravamo e per questo ci sentiamo migliori.
Senza educazione, la memoria non basta. Educazione vuol dire lavorare su di sé, su quello che i giovani capiscono di sé stessi, su come pensano il loro futuro. Educazione significa non limitarsi a mostrare cosa non và fatto, ma fare lo sforzo di proporre modelli positivi. Educazione, infine, significa andare a fondo nelle cose e non rimanere sempre ad un livello emozionale epidermico. Chiedersi, in questo caso, perché tanto odio per gli ebrei. Perché una repressione simile non può giustificarsi dicendo semplicemente che i tedeschi erano cattivi. E' comodo demonizzare Hitler e rimanere ignoranti.

domenica 24 gennaio 2010

Una fede reticolare



Siamo abituati ad identificare il cattolicesimo con alcuni sui contenuti basilari per conoscere i quali basta un minimo di catechismo. Di certo facciamo molta meno attenzione al modo attraverso il quale la chiesa diffonde quei contenuti nelle persone e nella società. Invece è importante rendersene conto, perché mentre riceviamo il vangelo riceviamo inconsciamente anche un modello pedagogico, che non è vangelo. Un sistema che si può definire “dall'alto al basso”. Il prete insegna al laico, il catechista al catecumeno, il sapiente all'ignorante. E' sempre un sistema a cascata, dove si presuppone che all'origine, lassù in alto sopra tutti stia Dio stesso che ovviamente non ha niente da imparare da nessuno.
La questione del metodo è centrale perché siamo inconsapevolmente portati a pensare che chi sta più in alto non solo sappia di più, ma anche viva di più, sia più santo, più coerente, più virtuoso. Ma questo è molto discutibile. Ciò che scende dall'alto è semplicemente il messaggio, ma poi uno può annunciare qualcosa di grandioso anche senza averne recepito l'essenza. Il primo esempio di questo lo prendo dalla mia vita. Ho in mente una persona che è diventata cristiana seguendo le mie parole e posso garantire che ora, a distanza di anni, lo è molto più di me, nei fatti. Eppure è lei che mi ringrazia e dice che grazie a me ha incontrato Cristo. Un altro esempio è senz'altro la storia del papato. Abbiamo avuto per pontefici certamente dei santi e dei martiri, ma anche dei veri e propri furfanti. A quanto pare la chiesa ha usato anche quelli per continuare il suo cammino. Allora cosa significa questo? Significa che, guarda un po', l'ultimo arrivato può essere più bravo del primo della classe, che il discepolo può superare il maestro, che le parole sono una cosa e la vita un' altra.
Dal punto di vista del metodo, non del contenuto, vi è una santa alleanza tra autorità religiosa, politica e informazione. La discesa della verità/conoscenza dall'alto può avere un suo fondamento ma anche essere strumentalizzata. Anche qui un breve esempio.
All'improvviso ci accorgiamo di essere diventati tutti ecologisti, amanti dell'ambiente, e pensare che trent'anni fa non gliene fregava niente a nessuno. Non sarà perché ad un certo punto ce l'hanno detto “in modo” da convincerci? Non sarà che ci fidiamo un po' troppo di chi sta sopra e di chi continuamente ci dice “fidatevi di noi”?
Con questo sistema una cosa è vera perché la dice la tal persona, punto. Non sta bene indagare, dubitare, approfondire. Nella religione come nella politica, e chi da le notizie vede bene di rispettare questa regola.
Ma poi è arrivato internet. E qui il sistema ha cominciato a vacillare, perché le notizie girano, la gente si parla, le cose si sanno, e non c'è rimedio. Ecco allora che Youtube diventa una porta per vedere cose che non si vorrebbe far vedere, le notizie si intrecciano, si arricchiscono a vicenda. E se voglio ascoltare il parere di chi è scomparso dalla tv, in rete lo posso ascoltare, approvare e se voglio sputtanare.
La 'rete' è una metafora autoesplicativa, con l'immissione di queste nuove tecnologie è cambiato anche il paradigma esplicativo della conoscenza; dal paradigma ad albero, fondato sull'idea di radice, e quindi di base, di fondamento, che poi si sviluppava in verticale - pensiamo a tutta l'importanza che avuto nella matematica, nella fisica, dall'inizio del secolo fino agli anni '50 il problema dei fondamenti, il problema delle basi- si è arrivati al paradigma a rete attraverso cui la conoscenza si profonde. Oggi la metafora esplicativa della conoscenza è la rete, in cui non esiste una base, non esiste un centro, ma in cui importanti sono certamente i nodi della rete e ancor più importanti sono le maglie, i link, le interconnessioni tra questi nodi. E quanto più la rete è fitta, tanto più è efficace. Quindi diciamo che la stessa rete è diventata una nuova metafora esplicativa del proprio sapere, sostituendo la metafora dell'albero.
Silvano Tagliagambe
http://www.mediamente.rai.it/home/bibliote/intervis/t/tagliaga.htm

Ora mi chiedo se la rivoluzione che qualcuno sta tentando di fare in rete (Grillo, Travaglio...) non si possa pensare anche per la religione cattolica. Possiamo passare da un modello a discesa, ad uno reticolare, dove parlare della propria fede non si fermi al semplice “stai con il papa o contro”, ma ci si confronta davvero, si scambia il proprio sapere, la propria esperienza senza tabù o questioni intoccabili. Mi faccio aiutare da un altra citazione:
Il cammino innovativo è ancora lungo perché non si tratta tanto di riuscire a collegare tutte le scuole con un accesso a internet... quanto piuttosto ...deve essere acquisita una strategia di pensiero (reticolarità) che deve sapersi coniugare con la sequenzialità del libro stampato”.
Italo Tanoni, Nuove tecnologie e scuola di base, Ed. Carocci

Quello che si dice in questo caso per la scuola non potrebbe essere valido anche per la chiesa? E' così blasfemo pensare ad una fede che coniugandosi al modello sequenziale della tradizione, del magistero e del libro stampato impari ad esprimersi in modo reticolare, decentrato, costruttivo?
Sulle questioni morali, per esempio, è necessario insistere esclusivamente con direttive calate dall'alto, o non sarebbe più stimolante invitare i cristiani a “connettersi” con la questione esprimendosi senza toni definitivi e aprioristici? Certo, si può comprendere di fronte a questo scenario il timore delle gerarchie cattoliche di perdere di mano il controllo e l'esclusiva sul settore “Dio”, ma a pensarci bene si perderebbero montagne di credenti e se ne acquisirebbero altri più sensibili al nuovo metodo.
La chiesa guarda ancora ad internet dalla finestra, attirata dalle potenzialità e spaventata dai rischi che comporta.
Ma internet non è solo uno strumento, è un metodo, e su questo la riflessione è ancora prima dell'inizio. Per chi vuole vedere una breve carrellata dei principali interventi vaticani sul rapporto tra chiesa e internet si può accedere alla dispensa di Xavier Debanne sul sito http://www.ananiainrete.it/
L'ultimo è proprio di ieri, facilmente reperibile in rete.

Per concludere
Un proverbio africano dice: se un uomo ha fame gli puoi dare un pesce, ma meglio ancora è dargli una lenza per pescare.
Ecco, favorire la reticolarità della fede vuol dire aiutare le persone a cercare Dio, senza darglielo preconfezionato.