lunedì 21 dicembre 2015

Cosa significa essere colpito dalla GRAZIA?

Non significa che improvvisamente crediamo che Dio esiste, o che Gesù è il salvatore, o che la Bibbia contiene la verità. Credere che qualcosa è, è quasi il contrario di ciò che significa la GRAZIA. Inoltre, la grazia non significa che facciamo dei progressi nel nostro autocontrollo morale, nella lotta contro la società. Il progresso morale può essere un frutto della grazia; ma non è la grazia vera e propria, e può addirittura impedirci di ricevere la grazia. Ed è certo che la grazia non ci investe... finchè pensiamo nella nostra vanità, di non averne bisogno.
La grazia ci colpisce quando siamo oppressi da grande dolore ed irrequietezza. Ci colpisce quando attraversiamo la valle oscura di una via insignificante e vuota. Ci colpisce quando il disgusto per noi stessi, la nostra indifferenza, debolezza, ostilità, e mancanza di una direzione e della padronanza di noi stessi ci sono divenute intollerabili. Ci colpisce quando, un anno dopo l'altro, la sognata perfezione della vita non compare, quando gli antichi impulsi ci dominano come è accaduto per anni, quando la disperazione annienta tutta la gioia ed il coraggio. Talvolta in quel momento, un raggio di luce si fa strada nelle nostre tenebre ed è come se una voce dicesse: "SEI ACCETTATO, accettato da ciò che è più grande di te e il cui nome non sai. Ora non chiedere il nome; forse lo scoprirai più tardi. Ora non cercare di far nulla; forse più tardi farai molto. Non cercare nulla, non compiere nulla, non proporti nulla. Semplicemente accetta il fatto che sei accettato!"
Se ci capita una cosa del genere, ci è data l'esperienza della grazia. Dopo una tale esperienza può darsi che non siamo migliori di prima, e può darsi che non crediamo più di prima, ma tutto è trasformato. In quel momento la grazia vince il peccato e la riconciliazione getta un ponte sull'abisso dell'isolamento. E quell'esperienza non richiede nulla, nessun presupposto religioso o morale o intellettuale, nulla tranne l'accettazione.
Alla luce di questa grazia, diveniamo consapevoli della forza della grazia nei nostri rapporti con gli altri e con noi stessi. Proviamo l'esperienza della grazia di riuscire a guardare con franchezza negli occhi di un altro, la grazia miracolosa della riconciliazione, della vita con la vita.
Paul Tillich, Nuovo Essere

sabato 19 dicembre 2015

Il G-A-B e la religione

(G-A-B sta per  Genitore, Adulto, Bambino, termini chiave simbolici dell’Analisi Transazionale)
Il dogma è nemico della verità e degli individui. Il dogma dice “Non pensare! Non essere una persona”. I concetti racchiusi nel dogma possono comprendere idee valide e assennate, ma il dogma intrinsecamente è un male perché la sua validità viene accettata acriticamente.
Quasi tutte le religioni poggiano sull’accettazione da parte del  Bambino del dogma dell’autorità come atto di fede, con una partecipazione dell’Adulto limitata, per non dire inesistente. Cosicchè quando la moralità è incorporata nella struttura della religione, essa è essenzialmente del  Genitore. E’ arcaica, spesso accettata passivamente e il più delle volte contraddittoria. La moralità del Genitore, invece di favorire l’idea di un’etica universale, a cui tutti gli uomini debbono sottostare, ne impedisce la formulazione. L’atteggiamento IO SONO OK – TU SEI OK è irrealizzabile se dipende dalla tua conversione alle mie credenze.
Il concetto di GRAZIA, nell’interpretazione di Paul Tillich è una versione teologica del “IO SONO OK – TU SEI OK”. Non “TU PUOI ESSERE OK”, oppure “TU SARAI ACCETTATO SE”, ma piuttosto “TU SEI ACCETTATO”, senza alcuna condizione.
Per molte persone religiose questo concetto è incomprensibile, perché solo l’Adulto può comprenderlo, mente quelle persone sono dominate dal Genitore. Il dialogo interiore di molti credenti è prevalentemente Genitore – Bambino e sono di continuo occupati a tenere una contabilità ossessiva delle azioni buone e cattive che compiono, senza sapere mai se il bilancio sia attivo o passivo. La moralità religiosa sostituisce all’esperienza liberatoria della Grazia (IO SONO OK – TU SEI OK) il timore ossessivo di commettere uno sbaglio.
La trasmissione delle dottrine cristiane non avvenuta sotto il controllo dell’Adulto è stata la maggiore nemica del messaggio cristiano della Grazia. In tutto il corso della storia il messaggio è stato distorto perché potesse adattarsi alla struttura della cultura in cui veniva introdotto. Il senso del messaggio IO SONO OK – TU SEI OK è stato ripetutamente snaturato e trasformato in un atteggiamento NOI SIAMO OK – VOI NON SIETE OK, in nome del quale gli ebrei sono stati perseguitati, l’intolleranza razziale ha ricevuto sanzione morale e legale, si sono combattute guerre di religione, bruciate streghe e assassinati eretici.
I sacerdoti Adulti, che escono dai seminari, ispirati a Bonhoeffer, Tillich e Buber, si sentono rattristati e disillusi quando si rendono conto di essere stati ingaggiati per fare da arbitri nei giochi della chiesa, fare i babysitter, organizzare belle festicciole per i giovani e impedire alle ragazze di restare incinte. La clausola del contratto dice che IN REALTA’ NON DOBBIAMO CAMBIARE, DOPOTUTTO SIAMO GENTE COSI BRAVA.
Se la liberazione dell’individuo è la via maestra per giungere a cambiare la società, e se la verità ci rende liberi, allora la funzione principale della chiesa è di fornire un luogo in cui la gente possa venire ad ascoltare la verità. La verità non è qualcosa che sia stata decisa una volta per tutte ad un convegno delle massime autorità ecclesiastiche o raccolta in un libro nero. La verità è un insieme di dati, sempre crescente, consistente in ciò che constatiamo essere vero.


Liberamente tratto da Thomas Harris, Io sono ok, tu sei ok

sabato 9 maggio 2015

Caro cristiano

Caro cristiano,
prova per un attimo a pensare di non dover convincere nessuno, non dover annunciare nessuna ricetta della felicità. Il tuo messaggio sei tu, non le tue parole, non le tue convinzioni. Prova a lasciar fare a Dio e rilassati. Prova a chiudere gli occhi e guardarti dentro. Fa silenzio, incontra il tuo vuoto interiore, non esprimere giudizi, stacci e basta. Non giudicare le persone, lascia che facciano il loro percorso. Non le hai incontrate per cambiarle, non le devi migliorare, non le devi convertire; sono lì perché vi diate la mano, perché possiate costruire qualcosa insieme nella vostra diversità. Stai dentro di te, fa attenzione a cosa succede a te, a come le tue emozioni muovono il tuo pensiero e a come il tuo pensiero a sua volta rischi di ripetersi e a cadere sempre sulle stesse questioni. Fai questo lavoro interiore e non ti occupare degli altri, e vedrai che se cambi tu cambieranno anche gli altri.
Prova a immaginarti senza colpa. Da quando sei nato tu stai facendo del tuo meglio. Sei nato buono, amabile, bello. Sei quello che sei per la storia che hai avuto, per le persone che ti hanno istruito, educato, amato. Per l’ambiente che hai visto e respirato, per il cibo che hai mangiato. E poi anche per le scelte che hai fatto e che se non ti piacciono puoi sempre cambiare. Non hai sbagliato, hai fatto una strada che ti ha portato qui, così come sei. Se ti vuoi cambiare, prima di tutto accettati, apprezza il fatto di essere riuscito ad arrivare qui, così come sei. Ama te stesso, stimati, valorizzati, e il cambiamento seguirà come un fiume in piena.
Quando vai in chiesa entra dentro di te e pensa che è quella la chiesa che Dio abita. Entra nel tuo cuore, ed è quello il tabernacolo. Non ti preoccupare di capire, imparare, memorizzare… non sei a scuola.
Quando ti confessi, perdonati. Se non ti perdoni tu, è del tutto inutile il perdono di Dio. Non usare neppure l’incontro con Dio come uno smacchiatore. Non si tratta di pagare una tassa per sentirsi a posto con la coscienza. O un sbaglio è davvero vissuto come uno sbaglio nel tuo cuore, e non perché te lo hanno insegnato altri, oppure non lo è. Il tuo errore, se è davvero tale, se lo vivi come tale, se lo potevi evitare, è un danno che hai fatto a te stesso prima che a Dio o agli altri. E se una cosa, che per qualche motivo pensi sia sbagliata, non puoi fare a meno di continuare a farla, falla. Evita magari il più possibile di danneggiare altri, ma falla. Accettala, non ti giudicare male. Non sono le azioni che ci rendono puri. Non è il fare o non fare una determinata cosa che ti rende degno dell’amore di Dio. Dio ti ama comunque. E comunque Dio guarda sempre al cuore. Il difficile non è farsi amare da Dio, ma è amare sé stessi.

giovedì 30 aprile 2015

Ti permetto di far parte di me

"Tutti i nostri visceri o detti anche organi (reni, fegato, pancreas, polmoni, cuore...) hanno la capacità di percepire e memorizzare il divenire del mondo che li circonda (...) Ciò ci sta inducendo a pensare come ricercatori, che gli organi o visceri abbiano la capacità di comunicare tra loro, indipendentemente dal nostro sentire razionale conscio; il linguaggio che li accomuna sono le emozioni, il sentire emotivo, e hanno la capacità di collegarsi anche con organi di altri individui, indipendentemente dalla specie cui appartengono.
Tali organi di senso viscerali sono collegati al sistema nervoso intestinale (che è molto simile al sistema nervoso delle meduse) e al tronco encefalico (che è molto simile al sistema nervoso rettiliano)...
Gli organi di senso viscerali hanno un ruolo nella vita di relazione, che forse non è la nostra vita oggettiva quotidiana (mangiare, dormire, lavarsi, procurarsi il cibo...), ma è la gestione dell'insieme di noi come animali immersi con tutte le altre forme viventi e l'ambiente in cui viviamo (...)
La macchina umana io la immagino come un sistema che entra in contatto con gli gli sta attorno, nel momento storico in cui sta vivendo. (...) Io sono però sono anche, in qualche modo, in accordo con chi mi ha preceduto, con coloro che sono nati prima di me, e in qualche modo, con chi nascerà dopo di me. (...)
Io mi vedo un Sistema Biologico in accordo con chi vive contemporaneamente la mia epoca storica; io modifico e induco qualcosa in loro e loro inducono e modificano qualcosa in me. Io mi vedo un Sistema Biologico in accordo con chi mi ha preceduto e con chi verrà dopo di me; ogni qual volta nel mio vivere la mia epoca, io modificherò il mio sentire emotivo, inevitabilmente modificherò il sentire emotivo di chi vivrà al mio fianco e di chi verrà dopo di me. Ogni qual volta io modificherò l'immagine emotiva dei miei Genitori e dei miei Antenati, io donerò una memoria emotiva del passato differente ai miei discendenti. Modificando il mio sentire emotivo, modifico sia in me e sia in chi vive intorno a me, il suo interagire emotivo verso il mondo e verso gli altri".


Andrea Penna, Ti permetto di far parte di me


sabato 26 luglio 2014

Cristologia indiretta


Propongo una riflessione di Andrea Torres Queiruga tratta da “La resurrezione senza miracolo”.

L’idea corrente di rivelazione è quella di un intervento straordinario e miracoloso di Dio nei confronti di un intermediario per fargli conoscere qualcosa mediante un dettato interiore, come l’audizione di parole, o mediante apparizioni o prodigi che mostrino la sua volontà. In questo modo all’ispirato sono rivelate verità inaccessibili alla ragione umana che altri devono credere perché “egli dice che Dio glielo ha detto”. Di conseguenza gli altri non hanno alcun accesso diretto alla sua verità, né dispongono di alcuna possibilità per verificarla da loro stessi. (…) In questo modo la rivelazione giunge completamente da fuori, è autoritaria dato che bisogna crederla fidandosi unicamente del rivelatore.
Uno sguardo però, appena un po’ critico alla rivelazione biblica ci avverte che le cose non sono e non potrebbero essere andate così. Non solo perché allora bisognerebbe attribuire direttamente a Dio l’aver dettato ordini  mostruosi, come quello di sterminare intere popolazioni, o dettato i numerosi errori di tipo storico, astronomico e perfino morale, di cui è popolato nel suo procedere, il cammino biblico; ma anche tutta la Bibbia stessa mostra e dimostra il contrario. Tutto in essa fa vedere che, allo stesso modo che Dio opera nel mondo attraverso le leggi fisiche, così lo fa anche nella rivelazione attraverso le leggi dello psichismo umano.
Non è che in un dato momento Dio entri nel mondo per rivelare qualcosa con un intervento straordinario. Egli è sempre presente e attivo nel mondo, nella storia e nella vita degli individui, e sta sempre cercando di far conoscere la sua presenza, affinchè riusciamo a interpretarla in modo corretto.  Per quanto una certa retorica teologica continui a ripeterlo, non è Lui che “tace” o si “nasconde”; siamo noi che, per il nostro stadio culturale, la nostra cecità e perfino la nostra colpa, non riusciamo a scoprirlo, oppure interpretiamo male il senso della sua presenza. (…)
In sé stesso Dio era amore e perdono fin dall’inizio, ma la nostra vita e la nostra storia cambiarono radicalmente quando, grazie alla rivelazione di Gesù di Nazareth, si rompe l’idolo di un dio giustiziere e vendicativo e siamo capaci di riconoscerci come figli e figlie. (…)
Solo nella concreta e realissima umanità di Gesù diventa possibile svelare il mistero della sua divinità. L’esegesi attuale sa che questa non si dischiude grazie ai “miracoli”, né a proclamazioni dirette della propria divinità da parte di Gesù. Insiste, al contrario, sulla “cristologia indiretta”, fondata sugli indizi leggibili nel modo di vivere, di parlare e di comportarsi di Gesù che presuppongono una tale realizzazione dell’umano, da “svelare” in lui una presenza unica del divino. (…)
Appare ovvio che anche la resurrezione chiede di essere studiata alla luce di questa nuova logica. (…) il divino deve essere letto nella sua umanità, nel suo modo concreto di vivere e di morire. E la resurrezione non deve essere cercata nella “spettacolarità” e “oggettività” di un interventismo divino che la consegna ai dati empirici di un positivismo storico, isolandola dalla vita e dalla morte degli altri esseri umani. (...)
La resurrezione non è una "seconda vita", nè un semplice prolungamento di quella presente, bensì la fioritura piena di questa vita, grazie all'amore potente di Dio.


L’educazione alla fede che io ho ricevuto è impastata di “interventismo” fin dalla culla. Grazie a Dio, oltre alla dottrina, ho sempre ricevuto anche amore, sostentamento, libertà, e sono questi i canali che hanno permesso lo scorgere delle profondità date dall’ esperienza spirituale. Oggi sono consapevole dell’impossibilità e dell’inutilità di un intervento divino che forzi le leggi della natura. Allo stesso tempo trovo estremamente affascinante la possibilità del cambiamento là dove ogni valutazione razionale sembra indicare “ragionevolmente” la direzione contraria. Trovo molto più affascinante del miracolo che va contro natura, la possibilità di un intervento divino che rispetta le leggi della natura, un miracolo che avviene nel cuore umano, dandogli una esperienza interiore di moltiplicazione dei pani e dei pesci, di trasfigurazione, di camminare sulle acque,  di risurrezione … Se questo avviene la natura è salva, la fede è salva, e i miracoli accadono sotto i nostri occhi pur non obbligando nessuno a credere.
Ho detto che ritengo l'intervento "diretto" divino impossibile e inutile. Impossibile, perchè non ha senso che lui vìoli le leggi naturali che lui stesso ha stabilito. O la natura è creatura anch'essa, e quindi buona, o non lo è, e allora dobbiamo lottarci contro e invocare qualcuno che la possa aggirare. Inutile, perchè l'intervento dall'alto verso una singola persona non modifica la vita di tutti gli altri, compresa la resurrezione di Lazzaro, o anche quella di Gesù stesso. Anzi forse crea una sorta di ingiustizia.
Pensando alla resurrezione del corpo fisico di Gesù mi chiedo anche un'altra cosa. Se questo corpo è risorto, fisicamente, e poi non è più morto, dove è ora? Se è fisicamente risorto e vivo, deve esserci per forza da qualche parte in questo universo. E' nei "cieli"? E se anche sapessimo dove è, a che ci serve la sua presenza lì? Mi pare evidente che seguendo questo percorso logico si rischi di finire nel ridicolo.
Se però il Dio a cui credo rispetta la natura e non "salva" l'uomo forzandola ogni tanto, così pure in qualche modo interviene. Non è un Dio che una volta creato il mondo con le sue leggi, lo lascia andare per la sua direzione occupandosi di altro. Dio continuamente crea, continuamente interviene, continuamente salva, ma in modo misterioso, in modo cioè da non violare la natura, da non obbligare con prove schiaccianti a credere a chi non vuole credere, eppure interviene in modo sostanziale ed efficace.
Su questo mi piacerebbe trovare approfondimenti.


giovedì 13 febbraio 2014

Spiritualità attraverso il corpo

Le persone solitamente evitano la quiete perché in uno stato di quiete si vedono chiaramente per quello che sono. Vedersi è il presupposto per cambiarsi. E’ già entrare nella fase di metamorfosi, e questa cosa spaventa tanto. La quiete fisica è anche il presupposto indispensabile per poter sperimentare qualcosa di spirituale.
Dice Lowen: "Le emozioni sono la diretta espressione dello spirito di una persona. Si può giudicare la forza dello spirito di un individuo dall'intensità dei suoi sentimenti, la grandezza del suo spirito dalla loro profondità, la calma del suo spirito dalla loro quiete. Quando ci muoviamo con sentimento, il nostro movimento è aggraziato perchè è il risultato del flusso energetico che attraversa il corpo. Il sentimento è quindi la chiave della grazia, e della spiritualità del corpo".
La spiritualità che sembra la cosa più lontana dalla materialità concreta della nostra esistenza, se non passa per il corpo, è una parola vuota, uno sforzo mentale sterile e frustrante.
Mi sto rendendo conto che in realtà è del tutto inutile qualunque disquisizione religiosa, filosofica, morale, politica… che non passi per il corpo. Se non passiamo per il corpo, se cioè non lo interpelliamo, e non ci rendiamo consapevoli della sua partecipazione attiva o passiva a tutte le nostre elucubrazioni mentali, ciò che avviene nella sfera razionale è del tutto passeggero ed ininfluente. Per questo, progressivamente, sto iniziando a trascurare questo blog, perché mi rendo conto che per quanto mi riguarda le cose da dire sono state dette, le cose da leggere sono state lette, ed è tempo, per me, di passare alla verifica di quanto le teorie interessino alle persone reali, per raggiungere le quali ho capito essere molto utile e vantaggioso partire dalla lettura del corpo. A tal proposito il mio cammino spirituale mi ha portato in questi ultimi anni a formarmi come terapista Cranio Sacrale.
Il corpo è la porta principale per accedere alla quiete. Un corpo abituato ad una vita frenetica si struttura conformemente ad essa. La mandibola è bloccata, il collo si accorcia e si affossa nelle spalle, il torace può gonfiarsi o al contrario “sgonfiarsi” ingobbendo  la schiena per compensazione. Il respiro è ridotto al minimo, la digestione convulsa, la sessualità ridotta ad un bisogno fisiologico da espletare in fretta.  Le gambe perdono la loro naturale morbidezza, procedono a scatti e sfogano sulla colonna vertebrale tutta la loro rigidità.
Lavorare sul corpo allora è un modo per favorire lo scorrere di sensazioni e pensieri che hanno un'altra frequenza, un altro ritmo e un'altra intensità. La mente sceglie di aprire il corpo all’esperienza della quiete ed esso le restituisce scenari sublimi e sconosciuti, oltre che una visione di sé nuova, più completa. Spesso questa visione è difficile da accettare, tanto è diversa ed in contrasto con quella vittimistica, arroccata a vecchi preconcetti, che ci sosteneva prima.
Un corpo diventa un autostrada per lo spirito quando sa accedere tamite la quiete interiore alle proprie risorse interne. Quando cioè gode dell’ascolto di sé, senza giudizio. Se la mente riesce a passare dalla posizione di censore e giudice a quella di testimone di quanto accade, il corpo da nemico diventa alleato e risorsa per la stessa mente e appunto per lo spirito.
Il corpo da questo punto di vista continua ad essere un vero tabù nella nostra epoca. Per quanto ci venga propinato in tutte le sue nudità, tagliato a pezzi, gonfiato e modellato artificialmente, esso, quale via spirituale è sconosciuto e negato. Le religioni lo castigano, nascondono e inibiscono; i dissacratori lo sbandierano e profanano, fanno di esso una merce o un linguaggio non verbale per vendere prodotti. Alla fine, il messaggio degli opposti è il medesimo. Ma il corpo in quanto tale non viene ascoltato in ciò che ha da dire. Solo quando i suoi segnali d’allarme superano una certa soglia, siamo obbligati a dedicargli attenzione, altrimenti non viene considerato. Si parla di emozioni ma non si sentono le emozioni e non ci si educa al sentire. E così è per la spiritualità: si parla di Dio, ma non se ne fa esperienza.

Corpi compressi e arroccati non sanno cosa sia la salute e senza darsi ascolto proseguono così, anche tutta la vita. I corpi liberi invece esprimono la grazia e parlano di Dio ad ogni minimo movimento.

martedì 27 agosto 2013

La porta stretta


Passava per città e villaggi, insegnando, mentre camminava verso Gerusalemme. Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?». Rispose: Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, vi dico, cercheranno di entrarvi, ma non ci riusciranno. Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: Signore, aprici. Ma egli vi risponderà: Non vi conosco, non so di dove siete. Allora comincerete a dire: Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze. Ma egli dichiarerà: Vi dico che non so di dove siete. Allontanatevi da me voi tutti operatori d'iniquità! Là ci sarà pianto e stridore di denti quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio e voi cacciati fuori. Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, ci sono alcuni tra gli ultimi che saranno primi e alcuni tra i primi che saranno ultimi.
Luca 13, 22-30

La domanda del tale rivela una ansia sull'al di là. Sembra dire: se si salvano in pochi, è poco probabile che io sia tra quei pochi, essendo "un tale" qualunque. Mi colpisce innanzi tutto che alla domanda diretta se ci si salvi in pochi Gesù non risponda altrettanto direttamente: non dice "sì" o "no".
"Sforzatevi" nel testo originale significa non tanto un atto i volontà quanto piuttosto conversione, capovolgimento nella mentalità. La salvezza cioè non dipende da pratiche religiose, ma da un capovolgimento di mentalità che Gesù sta chiedendo soprattutto ai suoi connazionali, a chi si sente già salvo perchè segue la religione giusta e fa le cose che essa richiede.
Spesso questo brano viene usato per contrapporre la vita fervente di colui che imbocca la porta stretta alla superficialità di chi invece va per la porta larga. In realtà il vangelo non fa alcun accenno ad una porta "larga". Non vi è alcuna porta larga. Vi è solo una porta, quella stretta, che obbliga a passare uno alla volta in uno spazio stretto. E' lo spazio stretto del capovolgimento di mentalità, perchè con la mentalità giudaica di esclusione dalla salvezza di tutto il resto del mondo, non si entra. Chi etichetta gli altri e giudica le persone più che i comportamenti, resta fuori.
Cosa dobbiamo fare per salvarci? Questa sembra la domanda di chi incontra Gesù e di ognuno di noi. Quali pratiche, quali rituali, quali comandi a cui obbedire, quali divieti da rispettare? La porta stretta è affollata di ricette per attraversarla, di parole d'ordine, di lasciapassare timbrati dalle pratiche religiose di una vita. Ma così ci si accalca inutilmente alla porta e si rischia pure di trovarla chiusa.
Viene da pensare che chi vuole passare NON DEVE FARE NIENTE,  NON DEVE MERITARE DI ENTRARE. Deve semplicemente entrare con le sue mani vuote, senza raccomandazioni, nè meriti a proprio vantaggio. Perchè la salvezza che Dio offre attraverso Gesù è gratuita e chiede solo di essere accolta. Gesù parla di una salvezza per tutti coloro che non hanno da ricambiare (vedi capitolo successivo).
Se uno comprende questo smette di angosciarsi sulle cose da fare in vista di quel passaggio, si rilassa, si gode l'amore divino, e senza quasi rendersene conto CAMBIA LA VITA.
La frase "molti verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio" lascia pensare che molti si salveranno, ma non è detto che siano proprio quelli che hanno mangiato e bevuto in sua presenza o parlato in suo nome nelle piazze.
Il messaggio evangelico sta nell'amore che Dio riversa sull'umanità attraverso il suo figlio. Non è lecito aggiungere altro. E' un prendere o lasciare. Se iniziamo a pretendere di meritare questo amore o di possedere criteri secondo i quali è possibile esserne più degni di altri, restiamo fuori. L'immagine della porta stretta a mio parere, in definitiva, è un pò fuorviante, perchè sembra rimandare ad una certa severità e difficoltà legata alla salvezza. In realtà la porta della salvezza non è stretta, è la nostra mente che è stretta e che la vede stretta, ma una volta dentro sarà confortante ritrovarci in tanti e, guardando indietro, sperare che altri ancora ne passino, perchè non c'è limite alla misericordia divina.

lunedì 29 luglio 2013

In viaggio alla ricerca di sè



Il viaggio più affascinante, più lungo, più bello e insidioso allo stesso tempo, non è quello che ci porta a fare il giro della terra, e neppure, se fosse possibile, per pianeti, stelle e galassie. Ogni luogo fisico nella sua unicità non potrebbe far altro che dirci “tu rimani sempre tu, non sono io che ti cambio”. E' un altro il viaggio che volenti o nolenti tutti stiamo compiendo, quello che dura una vita intera, è il viaggio alla ricerca del proprio sé.
In questa pagina voglio condividere questa consapevolezza, antica per certi versi, ma anche sconvolgentemente nuova.

I pensieri creano la realtà
I nostri pensieri sono un atto creativo. Non si tratta di uno slogan d’effetto, ma di un dato di fatto che possiamo usare a nostro beneficio.
Magari fosse vero, mi sono detto all'inizio. Penso ad un mondo senza guerre, senza problemi economici, senza farabutti al governo, senza cataclismi... un mondo dove poter vivere serenamente e a lungo. Lo penso, ma la realtà continua ad essere un altra. La mia ragionevolezza, il mio saper stare con i piedi per terra mi porta a sorridere di fronte ad affermazioni simili. Basta poco per giudicare come fantasticheria il mio pensiero “sognante”. Il mio realismo, o pessimismo che dir si voglia, è frutto di una logica ferrea, che se da una parte smaschera tutti gli adulatori e falsi venditori di paradisi ultraterreni, dall'altra lascia l'amarezza ed impotenza di fronte ad un mondo che sembra indifferente alla nostra singola presenza, un mondo che piuttosto sembra andare per la sua strada indipendentemente dal fatto che da qualche parte ci siamo individualmente anche noi e che nel nostro piccolo cerchiamo magari, di fare qualcosa per cambiarlo.
Alla fin fine, insomma, la sola razionalità logica non porta a casa il risultato. Ipotizziamo allora che davvero i nostri pensieri possano modificare la realtà. Attenzione, non in senso “magico”, cioè penso ad un asino che vola e quello – tac- vola. Diciamo piuttosto che tutto ciò che esiste è collegato, connesso in qualche modo a tutto il resto, e ogni evento, per quanto piccolo e silenzioso, influisce sul tutto, come anche viceversa.
In fondo se, ad esempio, la logica (o la paura) ci porta a pensare che le guerre ci saranno sempre perché sempre ci sono state, non facciamo altro che pensare ad un futuro di guerre, nostro malgrado, e questo puntualmente si realizzerà. Non importa da dove sia nato il nostro ragionamento, di fatto la convinzione di avere altre guerre produrrà il suo risultato. A ben vedere i nostri pensieri attirano la realtà che pensano e allo stesso tempo sono figli del nostro istinto di sopravvivenza, il quale di fronte al pericolo agisce in base alla paura. Ma a lungo andare i nostri pensieri sono anche ripetitivi, e si affidano alla paura anche quando il pericolo è cessato, non si rendono conto del loro potere creativo e conseguentemente non arrivano mai al livello più profondo di scelta dei pensieri a cui dare priorità.
E' tardo pomeriggio e sto tornando a casa, mentre guido penso spontaneamente a qualche difficile situazione legata al lavoro e la giudico in un modo o nell'altro ritenendo di essere pienamente libero e indipendente in questo mio “film” interiore. In realtà non considero che potrei scegliere di pensare ad altro e seguo un impulso prepotente che mi dice, “adesso pensi a questo, e vi pensi in questo modo!”. Il pensiero, tornando a casa, mi sembra libero, credo di aver tutto il diritto nel silenzio della mia auto di poter pensare a quello che voglio, senza le inibizioni che hanno frenato le mie parole ed il mio comportamento fino ad ora. In realtà non faccio caso al fatto che ciò che chiamo libertà è in realtà un puro e semplice lasciare al caso e all'istinto il vagare dei miei pensieri. Lasciare circolare emozioni negative in balia del caso non è mai un buon segno di libertà. Non vi è libertà nella sofferenza, ma sempre la ripetizione di esperienze negative pregresse. Chiamiamo libertà la scelta meno faticosa. Siccome diamo per scontato che il pensiero non influisca sulla realtà e rimanga silente al nostro interno, lo lasciamo scorrere dove vuole, come vuole, associando ad ogni pensiero le emozioni che il nostro inconscio impone.
I pensieri in questo modo diventano il luogo dello sfogo, in cui lamentarci per tutto quello di cui non ci siamo potuti lamentare prima, e così pure sono il luogo del pianto, del giudizio, del mandare qualcuno a quel paese. Così facendo rafforziamo alcuni nostri determinati atteggiamenti fondati su questi ragionamenti che domani, al ripresentarsi delle medesime persone e contesti arriveranno a destinazione anche senza rendercene minimamente conto, contribuendo a riconfermare e consolidare la realtà deludente del giorno prima. I pensieri infatti ci predispongono ad aspettarci una certa realtà, nel bene o nel male, e questa realtà, alimentata da paura o amore, rifiuto o accoglienza, giudizio o ascolto, tenderà con il tempo a realizzarsi.
Se questo è vero significa che abbiamo un grande potere in noi. Significa che il nostro pensiero è potente e che può cambiare le cose. E non solo in peggio.

Cambiare noi prima di cambiare il mondo
Vi è un errore che è possibile fare a questo punto. Calcolare cioè a tavolino il cambiamento della realtà. Io comincio ad amare, ad accogliere e ad ascoltare così le cose cambieranno in meglio. Non si può amare, accogliere o ascoltare veramente se lo si fa con un doppio fine, fosse anche quello encomiabile di cambiare in meglio il mondo. Non posso amare una persona per cambiare il mondo: la amo per sé stessa, e gratuitamente, senza aspettative. A ben vedere ancor più del pensiero è l’emozione ad esso associata, che cambia il mondo. Se amo per cambiare l’umanità, il mio più profondo pensiero è “io sono il salvatore del mondo”, non è l’amore. Tenderò a realizzare non l’amore, ma il mio senso di onnipotenza, scontrandomi con altri onnipotenti come me.
L'amore, l'accoglienza e l'ascolto veri presuppongono disinteresse e purezza assoluta. Dunque il meccanismo che porta al cambiamento va rovesciato. Lo descriverei in questo modo: io sto bene, sperimento pace interiore, mi sento amato integralmente e a prescindere dagli errori del passato, e per questo mi diventa spontaneo, senza sforzi di volontà, amare, accogliere ed ascoltare. Di certo questo mio modo di rapportarmi produrrà dei cambiamenti, ma non so quali e soprattutto non me ne importa. Perchè ciò che conta sta all'inizio, nella premessa: io sto bene.
Più sono neutro, più sono qui e non altrove, e più succederà qualcosa di grande ed imprevedibile.
Ma come si fa a stare bene qui ed ora? Soprattutto, come si fa a farsi andare bene una realtà di traffico, urla, minacce, incertezze, che è sotto gli occhi di tutti, è un dato di fatto, e sarebbe stupido fingere di non vedere?
Nella mia esperienza a questo punto entra in gioco la dimensione spirituale. Ogni bambino impara ad amare se incontra amore, non ci sono alternative. Ma chi ama l'adulto? L'adulto, per quel che ho sperimentato, può trovare una fonte d'amore interminabile solo dentro di sé. Nella propria interiorità vi è un luogo silenzioso ed accogliente dove solo noi possiamo andare, e se riusciamo a fare questo, spostando tutto ciò che la nostra storia ha messo in mezzo tra noi e quella porta, troviamo amore. Possiamo chiamarla Energia, Dio, Spirito, come vogliamo, ciò che importa è che ogni uomo può sperimentare di essere amato semplicemente guardandosi dentro. Può sembrare semplicistico o spiritualistico, perché qui le parole si fermano, la logica depone le armi e conta solo l'esperienza. Molti dicono di aver fatto questa esperienza, ma sono molti di più quelli che non l’hanno ancora fatta.
L'esperienza della chiesa primitiva è questa. Alcuni uomini, incuranti delle conseguenze a cui sarebbero andati incontro, prima di soffermarsi in calcoli e progetti a lungo termine, esplodono in un grido irrazionale che annuncia l'amore di Dio per l'umanità.
Il mio percorso arriva alla fede in Dio, non mi è possibile sentire diversamente, ma so che tante persone arrivano alla pace interiore anche senza una fede esplicita. Non voglio più che questo sia un problema tra me e le persone che incontro. Sono fermamente convinto che quello che conta, anche per Dio stesso, sia il risultato e non il modo al quale vi arriviamo. Dio non ha bisogno di noi, né del nostro assenso razionale alla sua esistenza: siamo noi eventualmente, ad avere bisogno di Lui.
I pensieri cambiano la realtà a partire dalla più importante: noi stessi, come ci sentiamo, come ci percepiamo e ci giudichiamo. E' chiaro che per sperimentare questo potere occorre da qualche parte “provare”. Devo trovare un campo della mia vita in cui le cose non vanno esattamente come vorrei e sentirmi in grado di pensare ad una alternativa come una cosa possibile. Va bene anche una cosa piccola, purchè facciamo l'esperienza. Pensiamo a quel cambiamento, lo facciamo continuativamente, rompendo l'altro pensiero, quello che fino ad ora ci ha imposto di lasciare quella cosa così, “tanto non c'è niente da fare”, “tanto cosa vuoi che cambi”, “tanto non è importante”, “tanto ho altre cose più importanti da fare” … e altre scuse del genere.
Ad esempio, io anni fa avevo una piccola stanza che con il tempo era diventata uno sgabuzzo dove infilare caoticamente tutto ciò che non sapevo dove mettere o che non avevo il coraggio di buttare. Questa stanza con il tempo si era riempita, era diventato difficile accedervi e non sapevo più neanche cosa quei cassetti contenessero.  Certo se uno ha spazio non è un grosso problema tenere una stanzetta chiusa ed inutilizzata, ma la cosa in realtà cominciava a pesarmi, non mi piaceva. Mi sono accorto che era solo la mia testa a proibirmi di gestire diversamente quello spazio, nessun altro me lo imponeva dall'esterno. Io ero la causa del mio malessere nei confronti di quella confusione. Quel mobile non si butta, quell'anfora me l'hanno regalata, quel materasso può sempre servire... ogni oggetto aveva il suo lasciapassare, ma in un attimo tutti i lasciapassare sono scaduti! Ho chiamato un mercatino dell'usato e si sono portati via tutto. Già che c'ero ho dato loro anche libri, sedie, quadri e altro che affollava altre stanze. Mi sono ritrovato con una casa meno caotica ed una stanza sgombra, mi sono sentito soddisfatto, ho aperto quella finestra e ho respirato insieme alla stanza a pieni polmoni. Ho percepito il mio potere di cambiare le mie cose, soprattutto il potere di liberarmi da tante catene del passato che sopravvivevano nel mio cervello e immediatamente ho cominciato a pensare a come utilizzare in modo più creativo ed intelligente quella stanza.
Se questo è possibile nel piccolo, cosa succede se facciamo la stessa “pulizia” o chiarezza negli affetti, nel lavoro, nelle amicizie, nel legame con i parenti, con la casa, con la città in cui viviamo? E se non facciamo niente di tutto questo e all'interno però continuiamo a lamentarci, a sentirci vittime, sfortunati, ingiustamente colpiti, non stiamo in realtà colpevolmente alimentando e costruendo il nostro io infelice di domani?

Morire per rinascere
Quella stanza, con tutto ciò che gelosamente conservava, è dovuta morire per poter rinascere. Ora è diventata per me uno spazio per incontrare le persone e costruirmi un nuovo lavoro. Tante cose che prima la riempivano e mi supplicavano facendo appello ai miei sensi di colpa, - “non liberarti di noi!” - ora non ci sono più e non le ricordo neanche più. Sono uscite dalla stanza e sono uscite da me. E' come se una parte di me se ne fosse andata con i suoi ricordi e le sue nostalgie. E' come se quella parte fosse morta. Ma è morta per portare nuova vita. Abbiamo un idea sbagliata della morte. Ci spaventa come punto finale, mentre è la condizione indispensabile per ogni rinascita e svolta importante. La morte non è la fine di tutto, è un passaggio per lasciar andare il passato e preparare la strada a qualcosa di nuovo. Siamo attaccati alla vita come il marinaio alla nave che lentamente affonda. Stiamo aggrappati alla nave, alle cose del passato, come se questo attaccamento ci potesse aiutare a restare vivi un minuto in più. E invece magari, lasciando andare quella nave al suo destino, con le mani libere, potremmo  nuotare verso la salvezza.

Io sono responsabile
Per creare la realtà che desidera, il nostro pensiero si focalizza senza distrazioni sull'oggetto del desiderio, sceglie responsabilmente a quali pensieri dare spazio, è insomma consapevole di quanto gli accade e di come sta funzionando. La responsabilità e la consapevolezza sono strettamente interconnesse, l'una suscita l'altra, e senza l'una è difficile che l'altra sia presente.
Ripeto: quella di cui sto parlando non è magia. La magia disimpegna, delega, deresponsabilizza, è l'ammissione della propria impotenza di fronte a mutamenti che sono esclusivamente un capriccio di forze occulte. Invece quello di cui parlo richiede un impegno verso sé stessi e verso ciò che si desidera, che non ha precedenti.
Quando comprendiamo la capacità del nostro pensiero di cambiare la realtà, non possiamo non percepire anche tutta la responsabilità che questo potere comporta. Diventa tutto chiaro: giudicare ed incolpare fattori esterni è stato il modo più semplice per NON cambiare le cose, NON creare nulla che venga dal nostro cuore, e DARE POTERE a quei fattori esterni. Al contrario, se io posso cambiare le cose, io sono responsabile del fatto che esse cambino o meno.
Se ad esempio, mi piace fare sport e per un periodo non lo faccio, è ingannevole cercare scuse quali “ho avuto l'influenza”, “il tempo è stato brutto”, “ho avuto da fare”... no, io ho scelto di non farlo, o di fermarmi per un periodo, questa è la realtà. Non c'è nulla di male nel riconoscere la realtà, come anche nel fare una pausa “sportiva” se fisicamente stiamo accusando un po’ di stanchezza, invece il problema c'è quando la mia priorità è scaricare ogni responsabilità di quanto mi succede. La nostra mente sembra più preoccupata di assolvere sé stessa che dal fare i conti con la realtà.
Penso che gran parte dell'educazione che riceviamo porti con sé il messaggio che non siamo responsabili. Ci lamentiamo, ma pensiamo che il mondo è così come è perché chi ci ha preceduto l'ha fatto così, e noi non c'eravamo. I politici sono corrotti e ne fanno sotto i nostri occhi di tutti i colori, … ce ne lamentiamo, ma li lasciamo fare perché siamo irresponsabili e la nostra consapevolezza sociale finisce alla ringhiera del nostro giardino. Domani le cose andranno avanti come lo sono sempre andate, qualunque cosa io faccia nella vita. L'importante è pensare a sé stessi nel senso di guadagnare, divertirsi, non soffrire.
Anche da un punto di vista religioso, a ben pensarci, ci viene insegnata una fede che ben si sposa con questo senso di totale impotenza e disimpegno sociale. Fidati, ti dicono, fatti condurre dal Signore. E però questo Signore poi parla solo con libri e liturgie di mille anni fa, e non centra nulla con quanto grida il mio corpo ed il mio cuore di oggi. Se fidarsi significa affidarsi, lasciarsi condurre, non pretendere di avere tutto chiaro e sicuro in partenza, accettare il rischio, la possibilità di cadere, di sbagliare... è un conto; ma se invece significa spegnere mente, cuore ed istinto perché qualche Ente divino ne sa più di me... mi chiedo perchè mi abbia dato certe facoltà se poi me le doveva togliere.
Essere responsabili insomma non è solo una sfida personale, contro la mia abitudine a lamentarmi e a trovare colpevoli esterni per ogni cosa che non va; è anche una vera sfida culturale e spirituale, che mette in discussione il messaggio profondo che a casa, a scuola e in chiesa si trasmette alle nuove generazioni, le quali necessitano di libertà di movimento e senso di responsabilità più che di fede nelle convinzioni di chi li ha preceduti.

Livello di consapevolezza
Determinare responsabilmente il proprio pensiero e la propria vita porta con sé l'abilità di diventare presenti a sè stessi. Cioè essere qui ed ora.
Tutti pensiamo di essere qui ed ora, non sembra così difficile. E invece se ci facciamo attenzione siamo spesso con la testa da un altra parte, a rivivere un altro momento.
Essere presenti implica un aumento della capacità di “sentirsi” senza dare a nient'altro il potere di distrarci da questo. Io qui e ora mi ascolto nel senso che sono presente a quanto succede nel mio corpo, a quanto sta accadendo di fatto ora, attorno a me, e alle emozioni che sto vivendo.
Essere consapevoli del proprio corpo significa educarsi ad un ascolto nuovo. Sentire e accogliere i segnali del nostro corpo, sentire dove si posiziona l'ansia, la rabbia, l'amarezza e cosa succede in  quelle stesse zone, quando un'emozione arriva o se ne va. L'ascolto poi porta a fare qualcosa per lui,   ed a rispondere ai suoi segnali. Sentire il proprio corpo significa anche godere della sua salute.
La consapevolezza ha a che fare con il nostro rapporto con il tempo. Senza di essa siamo nel passato o nel futuro. Nelle emozioni radicate in qualche episodio passato, che filtrano e leggono in una determinata prospettiva anche il presente; oppure nelle emozioni che proiettiamo sul futuro, con le preoccupazioni e le incertezze che esso porta con sè distraendoci dal presente. La consapevolezza ci fa godere del presente, ci rende creativi verso esso, convoglia la nostra attenzione sul cosa posso fare qui e ora.
La consapevolezza ha a che fare con l'ascolto delle nostre emozioni. E' sul piano delle emozioni che ci giochiamo la qualità della vita, ed essere sintonizzati con esse è la scommessa decisiva. Dedichiamo tante energie al nostro portamento, all'abbigliamento, alla linea, alle parole che usiamo e pure alla mimica, alle espressioni facciali e ai messaggi non verbali. Ma in realtà la cosa più importante, alla quale dovremmo dare le prime e più fresche energie, è l'osservazione di come ci sentiamo. Ogni volta che incontriamo una persona o una situazione, o ci accade qualcosa... dedicare qualche istante per dare un nome all'emozione che sta emergendo in noi. Sapere cosa mi sta succedendo mi permette di guardare con un certo distacco a quello che provo. Mi permette di non essere in balia di quello che provo, di non temerlo, di non confondere tra me e quello che provo. Io non sono la mia emozione. La sento, la assaporo tutta, ma io non sono lei. Quello che provo non è sbagliato, non devo giudicarlo, condannarlo o lodarlo: devo solo sapere che in questo momento c'è. Lo vedo e lo accetto. Ne sono consapevole e ne sono responsabile. Se mi piace scelgo di dargli spazio, se non mi piace non cerco colpevoli e non spengo tutto fuggendo via. Cerco la causa di quella sofferenza e metto a fuoco i passi per non tornare in futuro a provare quell'emozione.
Le emozioni sono altamente contagiose, e si diffondono velocemente tanto più se chi le riceve non le sa riconoscere e non ha scudi protettivi. E' fuori da ogni dubbio che lasciata a sé stessa la critica produce critica, il giudizio produce giudizio, l'odio produce odio, l'amarezza produce amarezza. Sta a me essere connesso e presente a me stesso quando questi meccanismi si attivano e scegliere in tutta responsabilità se stare al gioco o no.

Benedizione continua
L'altro non è un pericolo, anche quando si comporta male. Possiamo sempre scegliere quali sentimenti provare per lui, consapevoli del fatto che il nostro pensiero crea la realtà stessa che benedice o maledice. Non è importante sapere cosa rispondere o cosa non dire, in situazioni critiche, ma guardare bene in faccia all'emozione che si fa largo in noi. Se potessimo trasformare tutti i colpi, le maledizioni, le parolacce che mandiamo ogni giorno alla gente in benedizioni, la nostra vita sarebbe la stessa? Io ci sto provando e devo dire che la vita non è la stessa. Pensavo che qualche “vaffa” mi aiutasse a scaricare e non facesse male a nessuno, poi ho scoperto che la benedizione mi fa sentire meglio e smorza anche gli atteggiamenti ostili degli altri. Non è facile, le ricadute sono tante, ma il principio è saldo e se ogni giorno riesco  a rimetterlo al centro, a fuoco, la benedizione diventerà il mio modo naturale di rapportarmi con il prossimo. Benedire e ringraziare sono atteggiamenti di fondo che con il tempo modellano il carattere. E non solo il mio.

La certezza del cambiamento
Di certo, non vi è ombra di dubbio, una persona responsabile e consapevole, che benedice e ringrazia in ogni situazione, cambierà la realtà che la circonda. Non per una sorta di evangelizzazione dottrinale, ma perché la sua stessa presenza risveglierà in altri la voglia di provare a seguirne i passi. Cambieranno le frequentazioni e le amicizie. Persone nuove si avvicineranno, altri si allontaneranno.
Il cambiamento non è semplicemente probabile o augurabile, è certo. Quando ancora non è avvenuto, la persona “presente” lo avverte perché viene da dentro e non dipende dall'esterno. Quando si è ben centrati si può aver fiducia nell'evoluzione degli avvenimenti senza conoscerli anticipatamente. Il cambiamento è certo. Quello che determina gli avvenimenti appare a questo punto perfino meno prioritario, ma comunque viene avvertito come si avverte l'arrivo del temporale, o del mattino. E' lì, dietro l'angolo, ineludibile, non mancherà di arrivare.
Prima, quando le emozioni erano in balia degli eventi, il cambiamento di quegli stessi avvenimenti - non di sé - era avvertito come urgente e necessario, e tardava a verificarsi nonostante sforzi e preghiere. Ora, che non è più necessario, perché il vero cambiamento è avvenuto in sé, arriverà anche quello degli eventi. Nel modo più inaspettato, magari, ma arriverà.
Vi è una profonda differenza tra lo sperare che le cose cambino e l'esserne certi. La speranza presuppone sempre il timore, ci lascia nell'ansia, la quale genera ansia. La certezza viene dall'aver compreso perché fino ad ora nulla è cambiato, né poteva cambiare. Ma ora, cambiato io, cambiata la mia relazione con l'esterno, anche l'esterno cambierà.