giovedì 11 giugno 2009

APPELLO


In seguito alla chiusura del sito donne-cosi.org e del relativo blog faccio un appello a quanti e quante volessero dare vita ad una esperienza simile, a mandarmi proposte, candidature, idee.
Quanto è stato realizzato da Ausilia in questi anni è prezioso e non sostituibile, e quello che eventualmente può nascere ora è qualcosa che si ispira alle sue intuizioni di fondo, ma che di certo diventerà anche qualcosa di diverso. Io ho collaborato strettamente con lei e mi rendo disponibile a continuare, ma non da solo.
Le idee di fondo che vorrei continuare a sostenere sono
Da un punto di vista teorico: cercare fondamenta per una spiritualità laica, non clericale, nelle sue specifiche caratteristiche maschili e femminili.
Da un punto di vista pratico: continuare l'aiuto personalizzato e in rete verso donne che vivono una relazione segreta con preti, mogli di ex preti in difficoltà, religiose o ex religiose in difficoltà, preti in crisi, ex preti abbandonati a sè stessi.
Ovviamente per fare questo ho bisogno di un valido sostegno da parte di uomini e soprattutto donne preparate e disponibili.
Per ora direi che intendo impostare il lavoro in particolare su un tipo di dibattito che punta ad approfondire articoli di un certo rilievo, nonché passi biblici e libri da noi consigliati.
Non che io abbia le idee così chiare, ma sicuramente l'esperienza di coordinamento a fianco di Ausilia è stata per me molo preziosa e vorrei non venisse sciupata, tanto più che vi è un gran bisogno di questo tipo di aiuto che pochi sanno dare senza cadere negli eccessi di chi sentenzia a priori contro la chiesa o a suo favore.
Questo blog potrebbe essere trasformato nella sede stabile per il nuovo progetto, ma se dovessero arrivare finanziamenti e disponibilità di webmaster si potrebbe pensare anche a qualcosa di più professionale.

giovedì 14 maggio 2009

Signore, dove sei?


Ti ho cercato in seminario,
ti ho cercato nel sacerdozio.
Nella preghiera, nella carità, nell'essenzialità.
Mi sono fidato dei maestri che ho incontrato.

Ho portato la tua Parola,
sono stato convinto e convincente,
e ho insistito perchè altri facessero come me.

Ti ho cercato nella musica,
musica sacra, musica per bambini, musica per giovani.
Ho suonato e cantato
per trovarti, per dire agli altri dove ti trovi.

Ti ho cercato tra le stelle,
ho passato notti a guardare le costellazioni,
e studiarne i miti che le hanno dato il nome
Ho goduto per le fasi di Venere, i satelliti di Giove, gli anelli di Saturno.
Ho comprato un telescopio, riviste e carte stellari
sono rimasto incantato a guardare galassie, ammassi, nebulose.

Mi sono poi messo a studiare,
libri ufficiali ed eretici nella mia casa,
cattolici e protestanti, atei e credenti,
romanzieri e saggi, antichi e moderni.

Ho letto i vangeli più volte,
ho chiesto ad altri di dirmi cosa loro avevano capito,
ho girato per librerie, biblioteche, università, sul web.

Ho ripreso in mano il breviario, sono tornato in chiesa,
mi sono rimesso in ginocchio.
Ho guardato da vicino miracoli e miracolati,
sforzandomi di non essere prevenuto.

Ho lavorato. Ho avuto la fortuna di incontrare persone bisognose.
Ho visto cose rivoltanti, persone odiose,
storie incredibili, dolori che portano alla pazzia.

Ho fatto sport. Prima giocando a calcio, ora sui pedali della bici.
Ho apprezzato la fatica fisica, la sfida con i miei limiti,
la salita contro il sole, la discesa nella pioggia.

Ho amato. Ho legato il mio cuore ad una donna,
ho lasciato da parte le teorie sull'amore,
ed ho provato ad amare completamente.

Ho fatto tutto questo, Signore, senza pause.
Non l'ho fatto per gli altri, non l'ho fatto neppure per Te.
L'ho fatto per me, perchè io sono la mia domanda.
L'ho fatto per non lasciare nulla di intentato,
per cercarti ovunque, nella speranza di trovarti, finalmente.

Signore, dove sei?
Io non ti ho trovato.
Vedo le tue orme, la tua ombra,
"le tue spalle", come dice Mosè:
ma non mi basta, io ho bisogno di vedere Te.
E mentre qui si continua a nominare invano il tuo Nome,
a creare barriere nel tuo Nome,
partiti, confini, verità, nel tuo Nome,
io provo smarrimento e mi sento solo:
Che cosa vuoi da me? Che cosa mi stai dicendo?

Non sono triste e non dispero,
nelle mie domande non c'è paura.
C'è incertezza, ignoranza, ma anche fiducia.

mercoledì 8 aprile 2009

La revoca delle scomuniche

video

(trascrizione del video)

Vorrei proporre una riflessione riguardo alla recente revoca della scomunica compiuta dal pontefice Giovanni Paolo II nei confronti dei quattro vescovi ordinati da mons. Lebfevre nell'88; revoca recente ad opera di Benedetto XVI.
I testi a cui farò riferimento sono la lettera apostolica “Ecclesia Dei” di Giovanni Paolo II, poi la revoca di tale scomunica operata recentemente, il 21 gennaio 2009 da Benedetto XVI ed infine la lettera, sempre dell'attuale pontefice, datata 12 marzo, in cui, in seguito alle reazioni che ci sono state dentro e fuori la chiesa spiega perchè è arrivato a questa decisione.

La scomunica
Cominciamo con la Ecclesia Dei pubblicata il 2 luglio 1988, due giorni dopo l'ordinazione dei quattro vescovi da parte di Lebfevre, definita dal Vaticano valida, ma illecita. Il pontefice motiva la scomunica dicendo che in sé stessa tale ordinazione è “un atto di disobbedienza al romano pontefice in materia gravissima e di capitale importanza per l'unità della chiesa, quale è l'ordinazione dei vescovi”. Questa ordinazione “porta con sé un rifiuto pratico del primato romano” e “costituisce un atto scismatico”. Sempre nella stessa lettera il papa invita tutta la chiesa a non sostenere in alcun modo il movimento che fa riferimento a Lebfevre e anzi istituisce una commissione che ha proprio lo scopo di aiutare tutte le persone indecise, a metà strada tra il movimento di Lebfevre e l'obbedienza a Roma. La creazione di questa commissione è un segnale importante perchè in sé stessa ci indica che il Vaticano intende dialogare con il mondo dei lebfevriani, ma non con Lebfevre ed i quattro neo ordinati. Loro sono scomunicati, con la loro ordinazione hanno compiuto un atto scismatico, mentre il mondo dei loro “simpatizzanti” è un mondo ancora recuperabile.
Io nell'88 avevo 22 anni e mi ricordo che il Vaticano spiegò fino alla noia come questa scomunica non dipendesse da loro, come la scomunica fosse avvenuta in modo automatico nel momento stesso in cui Lebfevre aveva proceduto a quella ordinazione episcopale senza permesso. Nel momento in cui uno disobbedisce alle regole di una società si mette da solo fuori da essa, e questo stava facendo il vescovo francese già sospeso a divinis nel '76 per ordinazioni sacerdotali altrettanto illecite.

La revoca
Questo tipo di spiegazione mi torna alla mente soprattutto ora che leggo il secondo documento che vado a presentare, appunto il decreto di revoca della scomunica. In questo documento si dice testualmente “sua Santità Benedetto XVI paternamente sensibile al disagio spirituale manifestato dagli interessati a causa della sanzione di scomunica... ha deciso di riconsiderare la situazione canonica dei vescovi Bernard Fellay, Bernard Tissier de Mallerais, Richard Williamson e Alfonso de Galarreta sorta con la loro consacrazione episcopale”. Più sotto viene detto che “Questo dono di pace … vuol essere anche un segno per promuovere l'unità nella carità della Chiesa universale e arrivare a togliere lo scandalo della divisione”.
Ecco, qui io faccio un po' fatica a mettere insieme questi due documenti. Nel primo sembra che la scomunica sia una sanzione automatica, che avviene per un atto di disobbedienza. Da ciò deduco che potrà venire sanato solo da un relativo atto di obbedienza. Se io disobbedisco e mi metto fuori, solo nel momento in cui chiedo scusa posso sperare di fare ritorno, invece nel decreto di revoca vediamo che il papa successivo a quello che aveva decretato la scomunica decide che quell'atto scismatico non merita il proseguimento di tale sanzione e ben più utile ora è tentare la via dell' “unità nella carità” cercando una conciliazione basata sul perdono.
Non si può non notare alcuni nodi problematici. I quattro vescovi in vent'anni non hanno mai chiesto perdono di nulla e anzi hanno confermato le loro posizioni originarie in piena polemica con alcuni documenti del Concilio Vaticano II e con tutti i papi successivi a Pio XII. Benedetto XVI adotta la via del perdono facendo indirettamente passare per “cattivo” Giovanni Paolo II che invece a suo tempo le provò veramente tutte e appunto giustificò quella scomunica come una cosa decisa in ultima istanza dallo stesso Lebfevre. Lo “scandalo della divisione” investe la chiesa da ormai un millennio: ben più grave infatti è la divisione con ortodossi e protestanti verso i quali il Concilio aveva chiesto passi di avvicinamento. L'avvicinamento invece sembra più urgente verso chi l'ecumenismo lo vede come la sabbia negli occhi. Comunque.

La spiegazione
Passiamo al terzo documento e cioè alla lettera di Benedetto XVI di chiarimento riguardo la remissione della scomunica, datata 12 marzo, motivata dalla grande risonanza di tale revoca di scomunica, in particolare in seguito alla notizia che uno dei quattro vescovi lebfevriani, mons. Williamson, aveva poco prima rilasciato dichiarazioni negazioniste riguardo l'olocausto degli ebrei. Nei motivi che Benedetto XVI porta per spiegare il suo gesto vi è la constatazione che “a vent'anni dalle ordinazioni questo obbiettivo (richiamarli all'ordine) purtroppo non è stato raggiunto”. Aggiunge “la remissione della scomunica ha lo stesso scopo a cui serve la punizione: invitare i quattro vescovi ancora una volta al ritorno”. In altre parole, prima li abbiamo scomunicati per vedere se questa esclusione dalla chiesa li avrebbe aiutati a ravvedersi e adesso li riammettiamo alla comunione della chiesa con una decisione unilaterale, senza che questi quattro abbiano fatto niente per meritare la riammissione, con lo stesso scopo per cui prima li avevamo scomunicati, cioè cercare una strada per ricomporre l'unità. Andando avanti incontriamo affermazioni ancor più sorprendenti: “dobbiamo avere a cuore l'unità dei credenti... la loro discordia infatti, la loro contrapposizione interna, mette in dubbio la credibilità del loro parlare di Dio”.
Io avverto qui un tono diverso da quello usato da Giovanni Paolo II vent'anni prima. Prima si sosteneva che con l'atto dell'ordinazione i vescovi si mettevano praticamente fuori da soli, qui invece si tira in ballo la “cura per l'unità dei credenti”, la cura per la credibilità della chiesa più che della soluzione formale di alcune questioni interne. Non è finita qua, infatti più avanti dice “pensiamo ad esempio ai 491 sacerdoti (tanti sono attualmente i preti lebfevriani) non possiamo conoscere l'intreccio delle loro motivazioni, penso tuttavia che non si sarebbero decisi per il sacerdozio se ACCANTO A DIVERSI ELEMENTI DISTORTI E MALATI non ci fosse stato l'amore per Cristo e la volontà di annunciare Lui e con Lui il Dio vivente”. Quel “accanto a diversi elementi distorti e malati” è nuovo nel linguaggio del magistero che mostra un'apertura e una capacità di soprassedere agli errori insperata. Non è più possibile buttare il bambino con l'acqua sporca.

A me piace molto questo modo di ragionare di papa Benedetto, però vorrei che fosse coerente nell'usarlo non soltanto verso i vescovi lebfevriani ma anche verso tutte quelle realtà che invece al momento continuano ad essere piuttosto castigate dalle autorità della chiesa cattolica.
Immaginiamo che cosa succederebbe se questo stesso criterio venisse usato per interpretare le proibizioni elencate nella Humanae Vitae. Dai rapporti prematrimoniali ai metodi contraccettivi come il preservativo. Un mondo in cui sicuramente molti cattolici faticano a seguire i divieti calati dall'alto, ma non per questo non vivono l'amore con spirito autenticamente cristiano. Pensiamo alla pastorale per i divorziati risposati e al relativo divieto di accostarsi all'eucarestia, pensiamo a tutti quei teologi che negli ultimi trent'anni sono stati colpiti da sospensione a divinis, interdizione, divieto di insegnamento in scuole cattoliche per aver provato a dire cose un po' nuove, un po' azzardate, al limite dell'ortodossia, che comunque hanno il pregio di aprire una discussione, un approfondimento, domande nuove. Pensiamo se questo tipo di lungimiranza, benevolenza, compassione... fosse stata usata nei confronti di Piergiorgio Welby, o verso il padre di Eluana, e ancora, perchè non usare lo stesso metro di giudizio nei confronti di mons. Milingo, del quale io non sono affatto un sostenitore, ma che nel 2006, quindi in tempi recenti, è stato colpito da scomunica latae sententiae allo stesso modo di Lebfevre per aver ordinato dei vescovi in modo illecito, senza il permesso di roma. Nel suo caso si tratta di una battaglia all'avanguardia, per superare il celibato obbligatorio, ha infatti ordinato vescovi dei preti sposati. E' una questione che si può discutere finchè si vuole, ma nel caso di Lebfevre non siamo messi molto meglio, con un atto simile di disobbedienza al sommo pontefice, e un giudizio perlomeno polemico nei confronti del Concilio Vaticano II. L'impressione finale è sinceramente che si usino due pesi e due misure.
Vorrei concludere citando ancora una volta Benedetto XVI nella sua lettera di spiegazione della revoca, che se fosse preso sul serio a partire da chi l'ha pronunciato sarebbe un testo davvero rivoluzionario: “non dovrebbe la grande chiesa permettersi di essere anche generosa nella consapevolezza del lungo respiro che possiede?... Non dovremmo come buoni educatori essere capaci anche di non badare a diverse cose non buone e premurarci di condurre fuori dalle strettezze? E non dobbiamo forse ammettere che anche nell'ambiente ecclesiale è emersa qualche stonatura?” Io penso che queste parole ci possano condurre a fare un passo in avanti importante. Spero che non siano parole di circostanza, come invece purtroppo mi sembra di comprendere, usate soltanto nel caso dei lebfevriani.

sabato 21 marzo 2009

Quale formazione per il celibato?


Leggendo numerose storie di relazioni clandestine in cui sono coinvolti preti, spesso si finisce per incriminare il celibato come causa di tutti i mali, nemico dell’amore e del vangelo. Queste storie, perlopiù raccontate dalla parte femminile, sembrano cercare un colpevole, un nemico da definire e colpire senza pietà, e la cosa è comprensibile, perché quando si è dentro a situazioni stagnanti, immersi in un conflitto senza via d’uscita, senza neppure la possibilità di poterlo dire, è chiaro che con qualcuno o qualcosa bisogna prendersela.
Altrettanto ragionevole però penso sia il tentativo di andare un pochino oltre, da parte di chi non si trova nel centro del ciclone e vuole però andare oltre al livello emozionale di chi è troppo coinvolto.
Ed è per questo che propongo questa riflessione.

Conoscere la realtà
I preti vengono formati a “stare attenti” alle donne, alla tentazione, ecc... Non vengono però formati a conoscere i meccanismi psicologici che sottostanno all’avvicinamento tra un uomo ed una donna. Li vediamo spesso che aiutano, ascoltano, accolgono evangelicamente le pecorelle che spinte da sante intenzioni li cercano, ma non si rendono conto che la loro persona passa molto di più dei loro contenuti e delle loro parole. Sono così addestrati alla dimensione verbale dell’annuncio, al “dire” la verità che non conoscono affatto la comunicazione non verbale, che invece è molto più efficace e veritiera di quella verbale.
Pensano che la gente che va in chiesa ci vada perchè cerca Dio. Ma mica è facile incontrare Dio, molto più facile incontrare un prete ...che parla di Dio, ma intanto lì con te c'è lui, il prete. Questi preti sono così candidi ed innocenti nei loro intenti! Sono così buoni e disponibili a "dare a tutti una parola buona" e non sono per niente furbi da capire che tante volte si usano Dio, la bibbia, i sacramenti, per cercare qualcos'altro. Affetto, per esempio. Essere apprezzati, considerati, …visti.
Una donna che passa un brutto momento come madre, come figlia, come moglie e si sente sfruttata e scontata come donna… è una realtà frequentissima, te la devi aspettare, è quello che accade in tantissime case. E un prete lo deve sapere. Deve sapere che oltre ad essere prete, come gli dicono milioni di volte, è anche un bel single, e che la sua disponibilità può essere fraintesa. Non può cadere dal melo un bel giorno ritrovandosi a provare sentimenti nuovi per una persona in particolare, senza aver fatto nulla di male.
Dicevo in un’altra riflessione:
L'uomo “sacralizzato”, investito del ruolo di mediatore con il divino, esercita un fascino particolare del quale molto spesso non si rende conto. Lui, agli occhi della donna, è diverso dagli altri maschi, quelli che vanno subito al sodo... per intenderci, lui appunto è “spirituale”, ha dei valori elevati, è quindi uomo, non semplicemente maschio e una donna che ha le spalle piegate da una vita pesante e molto concreta, dove tutti, marito, figli e genitori, passano troppo spesso al fare, al “sodo”, senza chiederle cosa prova e cosa pensa, rimane facilmente folgorata da questa figura misteriosa, rivestita di profondità, non superficiale, che ha studiato e che magari la ascolta e la capisce.
Il problema, il più delle volte, è che scatta una scintilla tra una donna ferita, fragile, che si immagina quel prete migliore e più sacro di quello che in realtà è, e un uomo che è un immaturo, che ha subìto il celibato senza sceglierlo per amore, che ha sublimato il suo bisogno di affetto con il piacere che provoca il mettere le mani sul SACRO. Dio che ti sceglie, che viene tramite le tue mani, che perdona con le tue parole... è un piacere profondo, molto pericoloso, che invade tutta la persona e ponendola a metà strada tra il cielo e la terra, le risparmia la fatica di crescere.


Certamente il fatto che i preti siano obbligati a scegliere il celibato rimane una questione aperta, ma ciò non basta a spiegare tante storie sommerse. Esiste il problema di una formazione che non sia tempestata di soli buoni propositi e devote intenzioni. La vera spiritualità non dimentica l’umanità. Spesso tendiamo a puntare il dito contro il celibato obbligatorio che però non è l’unica causa, perché il prete resterà tale e quale anche dopo, quando i preti si potranno sposare: il matrimonio infatti non li preserverà da tradimenti, cotte, avventurelle, esattamente come succede a tutti gli altri uomini. Un prete sposato incontrerà, come quello celibe, tante donne, tante realtà di sofferenza dove con il solo istinto viene naturale intervenire, risolvere, dire “ci penso io”… e dimenticare che non è quello il tuo ruolo. Per questo penso che il celibato non più obbligatorio sarà certo una buona cosa, ma sposterà il problema affettivo dei preti, senza risolverlo.

Che significa “formazione”?
Dire che esiste un problema di formazione dei preti, significa accettare innanzitutto nei seminari la dimensione affettiva non come un problema da arginare, ma come una energia da indirizzare. Il celibato è una scelta estremamente dignitosa, feconda, che merita tutto il rispetto possibile. Certo però, una volta stabilito che un seminarista ha la vocazione al celibato (e sarebbe interessante andare a fondo sui criteri che portano a questa certezza) non ci si illuderà che per salvaguardare questa vocazione sarà sufficiente “non guardare e non toccare”. In realtà ci si può sempre innamorare, da celibi come da sposati. Uno può davvero essere portato per il celibato ed innamorarsi, così come ci si può sposare, avere figli, sognare una famiglia felice e poi avere un momento in cui non se ne vuole sapere più niente e si desidera solo rimanere soli. La crisi, ovunque arrivi, non significa dippersè che la scelta fatta in precedenza sia sbagliata. Quindi affrontare la questione del celibato dicendo in continuazione che non deve essere obbligatorio è fuorviante, semplicistico. Perché liberalizzando il celibato i problemi resteranno gli stessi, per chi lo sceglie e per chi non lo sceglie.
Formare al celibato significa non evitare la tentazione chiudendo gli occhi e sgranando rosari, ma scegliere, tra due beni, quello più adatto a sé. Quando li ho conosciuti e ho capito dove posso sentirmi più a posto, allora scelgo. Ma scelgo cosciente che offerte per passare sull’altra sponda me ne arriveranno sempre, e che un momento di difficoltà non necessariamente lo risolverò con un cambio radicale delle mie scelte di vita antecedenti. A volte potrà bastare uno stacco, una pausa, una presa di distanza da una realtà in cui siamo troppo dentro o dentro da troppo tempo.

Il seminario
Per fare questo occorre che gli anni di preparazione al sacerdozio siano una presa di coscienza della propria sessualità e delle proprie potenzialità, anziché una protezione dai pericoli che questa può procurarsi. Occorre accettare il rischio che la maggior parte dei seminaristi, entrati con le più buone intenzioni, se ne vadano. Occorre infine imperniare maggiormente la formazione sul potenziamento delle capacità della singola persona e meno sulla disciplina e la rinuncia non motivata, fine a sé stessa e a rafforzare la volontà.
Il seminario, roccaforte in cui si costruisce l’uomo celibe coi mattoni della volontà, in realtà troppo spesso non cura affatto il celibato, e si preoccupa dell’apparenza, di quello che il singolo fa o non fa pubblicamente, e non delle motivazioni che vi stanno dietro.
Occorre poi che, al di là dei seminari, la chiesa smetta di vedere nel sesso la porta per far entrare il diavolo nel mondo. Il diavolo di porte ne conosce quante ne vuole, e chiusa una ne trova subito un’altra. Liberare la sessualità non significa concedere tutto e non avere più inibizioni: significa potersi esprimere come ci si sente dal di dentro e non solo come ci viene richiesto dal di fuori, perché se uno può far questo non è vero che diventerà un pervertito. Nella maggioranza dei casi io credo sarà una persona più fedele a quanto sceglie, proprio perché lo sceglie veramente.

Curarsi dell’amore
Andare al di là dei seminari allora significherà occuparsi non solo seriamente del celibato, ma anche del rapporto di coppia. Quel corso prematrimoniale che si sta facendo adesso non è formazione. Ben che vada è una rispolverata di catechismo. Ma chi si sposa è lasciato solo, deve capire da solo se sposarsi o no; se con quella persona o no. E se sono lasciate sole le coppie eterosessuali, figuriamoci quelle “non regolari”, con divorziati o omosessuali. La chiesa si esprime su un livello giuridico: puoi o non puoi. Ma non entra in merito al “come stai in questa relazione”, come la vivi, come ti senti, la scegli o la subisci, perché e per chi la stai facendo.
Di queste cose la chiesa non parla, non ne sa parlare. Lei che quando vieta il preservativo ricorda a tutti come vi sia un problema educativo prima ancora di profilassi, poi se ne dimentica quando vede due persone tenersi per mano o qualcuno scegliere il celibato.
Io tremo ogni volta che assisto ad un matrimonio: tremo per l’emozione ed il profondo rispetto verso una scelta così grande ed impegnativa, ma tremo anche perché non ho la sensazione che ci si renda conto di quale responsabilità, quale pazienza, forza, tenacia, autocontrollo… comporti l’amore di coppia.
Come al solito c’è tanta carne al fuoco, troppa. Mi rendo conto che faccio fatica a scindere gli argomenti e a fare un discorso ordinato, però sono davvero convinto che – per sintetizzare - il problema dei preti non sia il celibato, ma la formazione, e che parlare di formazione affettiva significhi mettere le mani anche nella vita di coppia.

lunedì 2 marzo 2009

Paolo e le donne


incontro a Sorrivoli con la biblista Rosanna Virgili, svolto il 15 febbraio 2009. Appunti non rivisti dall'autrice di Mauro Borghesi

Paolo viene spesso visto come un autore biblico misogino, poco disponibile verso il mondo femminile. Questo in particolare a causa di un versetto (1Cor 14, 34-35) tristemente famoso in cui l'apostolo impone “le donne nelle assemblee tacciano perchè non è loro permesso di parlare... è sconveniente per una donna parlare in assemblea”.
In realtà Paolo valorizza molto le donne. Come vedremo Paolo condivide l'esperienza di marginalizzazione culturale delle donne all'interno del gruppo degli apostoli, e una volta accettato come apostolo affida addirittura intere comunità alle donne o alle coppie.

Innanzi tutto una nota sul suo stile. Sa essere materno, semplice, umile (2 Corinti). Dà grande importanza al corpo (1 Corinti) e alla sua resurrezione.
Annuncia la “debolezza” della fede (1 Cor. 3,18). Sono aspetti importanti perchè nella sua formazione essere maschio e avere un figlio maschio era molto importante.

Paolo vive sulla sua pelle l'emarginazione della donna. Fatica a prendere la parola nell'assemblea, a ottenere autorevolezza e titolo di apostolo. L'autorità nella chiesa all'inizio si basa sul contatto con Gesù, poi diventa sacramentale. Paolo stesso ha bisogno di una comunione con la chiesa di Gerusalemme. Ciò lo renderà sensibile verso le minoranze e lo aiuterà ad associare il messaggio evangelico all'abbattimento di tutte quelle differenze sociali che portano gli uomini a fare categorie di valore.
In Galati 3,28 dice “Non c'è più giudeo né greco, non c'è più schiavo né libero, non c'è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo”. Questa affermazione di Paolo rappresenta il DNA del Cristianesimo. Ci soffermiamo per capirla meglio:
1.giudeo/greco: Non ci si salva più per elezione. I giudei escludevano dalla salvezza tutti i pagani, erigevano un muro di appartenenza che Paolo abbatte.
2.schiavo/libero: Paolo interpreta la Legge in Galati 4,21-31 (e in questo ci indica un metodo attualmente visto con molto sospetto dalle autorità religiose). Facendo questo da una parte mostra di tenere in seria considerazione l'Antico Testamento, ma anche di leggerlo secondo una luce nuova, opposta a quella dei farisei. Essi infatti insistevano molto sul fatto di essere figli di Abramo, figli della promessa, non figli della schiava. Paolo allora riprende il discorso della discendenza per dire che la discendenza di Abramo è Gesù, e solo chi ha fede in Gesù è davvero figlio di Abramo. Paradossalmente per Paolo i figli di Agar, la schiava, sono proprio quelli che stanno nel Tempio, “schiavi” della Legge. Mentre i figli nella discendenza di Sarah e di Isacco, sono i figli della fede (la promessa ad Abramo è frutto della sua fede), figli liberi dalla Legge. Siamo noi.
3.uomo/donna: in 1 corinti 11,7-16 Paolo commenta la creazione della donna dalla costola dell'uomo. Interessante l'interpretazione che lo porta a dire che la donna non è cosa diversa dall'uomo perchè come la donna viene dall'uomo (costola) così anche l'uomo viene dalla donna per nascita. Peccato che la liturgia non citi questi versetti 11-12 ma si fermi a quelli 8-9 dove viene troncato il discorso a metà, dicendo solo della nascita della donna dall'uomo.
la chiesa di Paolo sceglieva i vescovi in maniera orizzontale, non calati dall'alto. (Parentesi: il Concilio Vaticano II ha tentato una riscoperta della “collegialità” dei vescovi, ma oggi vedono bene di starsene zitti, non hanno alcuna libertà di parola. La chiesa di oggi non ha ancora affrontato due grosse questioni: la democrazia e la donna).
I testi autentici di Paolo ci parlano di donne importanti. In Atti 16,15 Lidia dice “se avete giudicato che io sia fedele al Signore, venite ad abitare nella mia casa”. Abitare nella sua casa significa formare una chiesa nella sua casa. Questo fatto ci dice che c'erano donne che facevano lo stesso che faceva lui. Lavoratrici, “collaboratrici”. Stessa autorevolezza, stessi compiti. In Romani 16,2 vediamo Febe definita “diaconessa” (nella nuova traduzione ora tradotto con “al servizio”). Paolo invita a considerarla come lui. Sull'importanza del diacono nelle comunità di Paolo basterebbe leggere Atti 8. Esemplare è poi la descrizione di Stefana in 1 Corinti 16,15-18 come responsabile di comunità o anche Giunia in Romani 16,6-8 che con il marito è definita apostola “prima di me”.
A questo punto sorge spontanea la domanda su quel versetto che impone il silenzio alle donne in assemblea. In base a quanto detto finora in particolare osservando l'atteggiamento di Paolo verso Stefana e Giunia è difficile pensare che si tratti dello stesso autore. E' facile che quel versetto così duro e severo verso le donne sia una glossa posteriore palesemente in contrasto con lo spirito di fondo di Paolo verso le donne. La glossa è stata fatta dall'autore della lettera prima a Timoteo, lettera sicuramente non paolina, che risente di una impostazione successiva, posteriore al periodo di Paolo, in cui la chiesa si era strutturata maggiormente (anni 80/90), aveva inserito il sacerdote (figura sacra di radice ebraica) tra vescovi e popolo ed allontanato le donne da posizioni di autorità. L'autore ha un linguaggio diverso da quello di Paolo, pur spacciandosi per lui, e impone alle donne di non insegnare e non avere posizioni di autorità nelle comunità. Il contrasto fra i due paolo è forte, ma anche in questo vi è un bell'insegnamento. La Scrittura non cestina niente. Sopporta testi tanto diversi, tenendoli a fianco, senza doverne sopprimere uno a favore dell'altro. E' anche questo un aspetto che viene dalla mentalità ebraica che è inclusiva, come anche accade per i due racconti della creazione in genesi.

Efesini 5
Per concludere qualche considerazione su un altro brano piuttosto discusso a proposito di donne, che è il famoso Efesini 5. Paolo qui non intende parlare di morale domestica come erroneamente titola la bibbia di Gerusalemme, ma della chiesa.
Il concetto di fondo è “siate sottomessi gli uni agli altri”, cioè non ci sia un capo, siate legati gli uni agli altri … nel timore del Signore. Che non è paura, ma la reazione dell'uomo quando si trova a tu per tu con Dio.
Il matrimonio viene usato come metafora, e la moglie è metafora della chiesa per una ragione biblica, sempre infatti i profeti hanno usato questa immagine popolo/moglie. “Voi mogli siate sottomesse” significa “voi mogli siete come la chiesa sottomesse a Cristo, il quale Cristo però è salvatore del suo corpo. Il rapporto di dominio è scardinato alla base. Ai mariti dice “amate come Cristo”, dove l'accento di Paolo è sul “come”, non sul matrimonio. E lui ha amato “consegnando” il proprio corpo. Non dice “sacrificandosi” come siamo abituati a dire, ma “consegnando”. Cristo per Paolo fa un atto di resa, consegnare significa dire: il mio corpo ha bisogno di qualcuno che l'abbracci. L'amore è questo scambio, e non uno solo che dà e l'altro che riceve.

giovedì 19 febbraio 2009

Il bene ed il male

Che si parli di surriscaldamento del pianeta, di crisi economica o di testamento biologico, presto o tardi i discorsi mediatici, e ancor più quelli informali, vanno a finire nella schematizzazione più ovvia, che da millenni sembra spiegare tutto: c'è il bene ed il male, bisogna scegliere il bene e combattere il male.
E' un messaggio così semplice, così lampante che viene utilizzato in continuazione non solo da esponenti religiosi ma anche finanziari e politici.

Se però la compresenza di bene e male è spiegabile da un punto di vista psicologico e sociale non lo è per quello che riguarda la fede.
La fede annuncia la buona novella, ma questo non implica che esista il male. Il male è semplicemente la mancanza di bene. Ma posso dire che in mancanza di aria sono in presenza della non-aria? In termini filosofici, all'essere corrisponde l’esistenza di un non essere?
L'ipotesi manichea dell'eterna lotta tra bene e male è comoda e vincente, come i tarocchi e l'oroscopo, perchè permette di spostare lontano da noi il dilemma. E' comodo in fondo pensare che sopra le nostre teste si sta svolgendo una lotta tra titani, un po' alla Star Wars o Il Signore degli anelli, una lotta tra colossi che si disinteressano delle nostre frivole faccende quotidiane e ci usano solo come campo di battaglia per stabilire chi dei due sia il vincitore. Più difficile è pensare che tutta la posta in gioco, in definitiva la riuscita della nostra vita, dipenda da noi.

La fede cristiana è in fin dei conti un qualcosa buttato là dove prima non c’era nulla, un progetto, un disegno amorevole che si svolge con l'aiuto divino ed il nostro consenso. Oggi siamo in una situazione particolare, perchè molti laici sono cristiani senza saperlo e molti cristiani sono pagani senza saperlo; l'appartenenza ad una chiesa e la partecipazione ai suoi riti non è più garanzia di salvezza. A maggior ragione quindi bisogna far doppia attenzione a dividere bene e male, buoni e cattivi. Ma quello che qui mi preme sottolineare è il fatto che la scelta – che avvenga a livello interiore, o sociale – non è tra il bene ed il male, ma tra la scelta del bene e la non scelta. L’immagine evangelica della luce rende visivamente meglio la cosa. La luce che squarcia nelle tenebre non indica una lotta tra luce e tenebre come lascia intuire il prologo di Giovanni a causa dei suoi chiari influssi gnostici. Implica semplicemente l’avvento di qualcosa, una luce, dove prima non c’era niente, un niente che chiamiamo tenebre, ma che rimane niente. La questione educativa di fondo non è quella di scegliere tra un principio positivo ed uno negativo, ma tra il bene e niente.
I ladri, i banditi, gli spacciatori, gli stupratori... nessuno di questi sceglie il male come progetto di vita, come nessuna nazione sceglie la guerra per odio verso la pace.
Ciò che per comodità chiamiamo “male”, o diavolo, dandogli così un volto, altro non è che la possibilità di non scegliere, di sciupare la nostra vita, seppellendo il talento che senza meriti ci ritroviamo tra le mani (Mt. 25,14-30).
Questo niente, o non scelta, è naturale. E’ quello che si svolge in natura, a livello istintuale, e si traduce in atti descritti primariamente da Darwin e volti all’autoconservazione della specie. Non si tratta quindi di vivere brutalmente nelle tenebre, ma solo senza possibilità di scelta morale, o meglio di scelta cosciente e volontaria del bene. Cosa che in natura distingue l’uomo da tutte le altre creature.
Essere coscienti e convinti di questo è fondamentale perchè le conseguenze che ne derivano cambiano radicalmente il comportamento del credente all'interno della comunità e nella società. La violenza, l’aggressione, tutto ciò che banalizzando ci raffiguriamo come male, è semplicemente mancanza di capacità di scegliere il bene. E’ azione ad un livello puramente naturale. Per milioni di anni le leggi che hanno governato il mondo sono state leggi di forza, io mangio te e vivo, o anche all’interno dello stesso nido, io mangio più di te e sopravvivo. Rappresentare questo comportamento come male significa negare la propria natura e discolparsi per meccanismi che, essendo guidati dalle forze del male, non dipendono da noi.

Bene e Male nella religione cristiana
La prima conseguenza è il rapporto con il peccato. Il peccato, inteso come un veleno mortale da evitare messo lì apposta dal maligno per farci sbagliare, ottiene l'effetto tutto religioso di spaventarci. Preghiamo per evitare il male, e usiamo molte delle nostre migliori energie per mantenerci puri, per resistere alla tentazione, per NON dire, NON fare. E' la logica dei comandamenti superata da Gesù con le beatitudini, con il comandamento dell'amore per i nemici, con la croce.
Non voglio sminuire il peccato. Voglio dire che il timore verso il peccato a volte ci fa perdere di vista ciò che in positivo è ben più importante: dare la vita. Se io passo la mia vita a tentare di non fare peccato faccio esattamente come quei farisei che Gesù rimproverava apertamente, perchè tutto preso dalla mia religione e dalla mia salvezza dimentico di ascoltare il bisogno di chi mi passa accanto. Se invece io do meno peso al peccato, vedendolo non come un atto personale indotto dal demonio, ma semplicemente un non atto, una non scelta, un ripiegamento dovuto all'aver scelto me stesso e la mia solitudine, allora la mia attenzione sarà stimolata a valutare la scelta, la proposta che mi porta ad uscire da me stesso e dalle mie sicurezze, perchè Dio non si è comportato così con me ed io non posso fare questo con il prossimo.
Non siamo di fronte al bene e al male, come ci vogliono far credere. Siamo di fronte ad una chiamata. O rispondi o non rispondi. Siamo di fronte alla possibilità di usare questa nostra vita in un modo che non sia puramente animalesco. Siamo cioè di fronte alla sfida della responsabilità. Non starci non significa scegliere il male, certo però è una cosa che ci fa “star male”.
Una seconda conseguenza religiosa è l'immagine dell'al di là. La nostra personificazione del bene e del male ci ha portato a dare ad ognuno un suo habitat, un regno dove collocarli: paradiso ed inferno. Più il purgatorio per le vie di mezzo, ma questo è un problema più complesso che mi allontanerebbe dal discorso, quindi per il momento evito.
Tante discussioni si sono sviluppate attorno all'inferno, perchè giustamente alcuni obiettano che la sua sola esistenza, il fatto che sia stato previsto e preparato significa un limite a priori nella infinita misericordia di Dio. E d'altra parte se neghiamo la sua esistenza sembra quasi che si dia il via libera ad ogni forma di depravazione, perchè tanto non vi sarà alcuna punizione.
E' un labirinto mentale da cui non si esce se non si fa un passo indietro. Ed il passo è quello di considerare che esiste il bene, non il male. Il male è semplicemente mancanza di bene, è così doloroso ed ha conseguenze così nefaste che lo conosciamo meglio del bene, ma in realtà non “è”. Non è nulla, e questa paradossalmente è la sua forza. A mio parere esiste il paradiso, ma non l'inferno, nel senso che scegliere di rifiutare il paradiso è dippersè un inferno. Nell'al di là l'amore per Dio tradotto in amore per l'umanità ed il creato avrà un seguito, una conferma, un godimento continuo. Ma il rifiuto di questa prospettiva non vedrà le fiamme eterne, semplicemente non vedrà nulla.
Un altra traduzione concreta di quanto sto dicendo la vedo nell'attuale dicotomia vita/morte. Quanto parlare attorno alla vicenda di Eluana in questi ultimi mesi, tutti quanti improvvisamente presi dalla vita e dalla morte, dal confine che le separa, sondino si, sondino no, testamento biologico, eutanasia … Tutti a pensarci al suo posto, e alla nostra scelta se fossimo stati al posto di lei. Molto più della morte a me interessa la vita. Non come o quando morirò, ma come sto vivendo, è questa la questione e penso pure che la paura della morte sia proporzionale al nostro egoismo, all'esserci tenuti la nostra vita per noi, come un tesoro geloso. Gesù dice di sé di essere la verità, la via, la vita (Gv. 14,6). Il contrario di queste cose, la falsità, la perdizione, la morte, non sono qualcosa da contrastare o contro cui schierarsi. Non sono, punto e basta. Combatterle, contrastarle, significa dar loro un'identità, una importanza al pari del corrispettivo positivo. Invece non serve combattere il male se si serve il bene. Non serve evitare le falsità se si sceglie la verità, e per tornare a Eluana, non serve definire nei minimi particolari cosa sia la morte, se si è vissuto veramente. I santi sono così pieni di vita che non temono la morte. La teme colui che nella vita non fa niente.
Chi si ferma a piangere sul latte versato facilmente rimarrà impantanato nei sensi di colpa, mentre invece chi costruisce sono le persone protese verso il futuro.
Questa divisione tra bene e male pervade tutto, ed inesorabilmente la paura del male è più potente dell'attrazione verso il bene. E questo è un bel guaio perchè ci fa vivere la vita come un incubo e non ci fa sperimentare la bellezza della scelta per la vita. Temere il male rafforza il male stesso, lo posiziona al centro dei nostri pensieri e ci porta ad agire sulla difensiva.
Ogni volta che ci dicono di non dire, non fare, noi per sicurezza, non diciamo e non facciamo neppure il bene. L'esatto contrario della parabola del grano buono e della zizzania.
La confessione dovrebbe essere questo, l'incontro con un Dio che ci toglie il peso e ci invita a distogliere lo sguardo da quel peso per andare avanti. Invece come pesa il suo perdono! Quanto lo abbiamo fatto soffrire! Quanto piange per i nostri peccati! E intanto che misuriamo al microscopio quanto siamo o non siamo degni di accostarci alla sua mensa, ci passano sotto il naso occasioni d'oro per vivere. Pensare ai nostri peccati in fondo è un esercizio di egoismo, un pensare a sé stessi e alla propria bravura. Quando invece ti trovi di fronte ad uno che ha bisogno puoi essere bravo o non bravo, puro o impuro, ma fatto sta che lì ci sei tu: o lo aiuti o … niente.
Davvero illuminante da questo punto di vista il film “La leggenda del santo bevitore” di Ermanno Olmi.
Vorrei fare anche un esempio più personale.
Quello che mi ha colpito di don Oreste Benzi, parlo di circa 20 anni fa, non è stata la sua purezza..., anzi era così imbarazzato in presenza di donne che mi faceva quasi tristezza. Non è stata la sua preghiera continua, le sue prediche, la sua vita integerrima. No, lui faceva una montagna di errori, faceva andare su tutte le furie chi gli stava dietro perchè non sapeva collaborare. Ma sapeva di essere un peccatore, sapeva di aver tutti questi difetti e chiedeva sinceramente a Dio il suo perdono. Certo però non passava la vita a piangere sulle proprie mancanze, perchè i poveri lo chiamavano e lui non aveva tempo... doveva andare da loro. Curarsi della propria santità era un lusso che non poteva permettersi. Di fronte alle proprie colpe quasi di fretta commentava “speriamo che Dio abbia pietà di me”. Ecco, questo è l'esempio di un uomo che non aveva tempo da perdere con il “male”. Aveva da fare. C'era gente che aspettava al freddo della stazione ferroviaria.
Nelle mie giornate mi occupo di disabili come coordinatore di un centro diurno. Anche qui è la stessa musica che si ripete. Ci vengono affidati ragazzi con diagnosi terrificanti. Ognuno è catalogato per il suo “handicap”. Io stesso li chiamo “dis-abili”, perchè non c’è una parola positiva per chiamarli. Tanti sono affetti da “ritardo” mentale. Vediamo insomma i disabili per quello che non hanno, per quello che non sanno fare e che noi normodotati possiamo fare al posto loro per nostra gratificazione.
Come se non avere intelligenza fosse qualcosa, o non avere l'uso delle gambe, o della parola, o della vista... Tutte cose che sono niente rispetto alla grandezza di desideri, di aspirazioni, di cuore che si portano dentro. Ma il limite, il male, l'errore, è più facile da vedere, da misurare, da giudicare.
Tutto questo discorso può risultare un pò “filosofico” o campato per aria, e forse non mi sono preso il tempo sufficiente per una elaborazione più efficace, ma per me è stato davvero liberante. Quante energie bloccate quando allo specchio si rimane troppo a lungo a guardare ciò che non va. E quanto tutto diventa più scorrevole quando invece di pensare a te, ai tuoi peccati, al tuo caratteraccio, cominci a preoccuparti veramente dell’altro, a prendertene cura non in modo sporadico, ma responsabilmente.
E’ proprio questo in senso di quanto Gesù voleva dirci quando a casa del fariseo spiega il gesto di quella “peccatrice” che gli lava i piedi con le sue lacrime e li asciuga con i capelli: “le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato ...” (Luca 7,47)

venerdì 13 febbraio 2009

1/3 In mezz'ora 8-02-2009 Hans Kung - RAI3

2/3 In Mezz'ora 8-02-09 Hans Kung - RAI3