domenica 30 settembre 2007

Lo “specifico” del cristiano

Sempre più affascinante mi pare il tema dell'identità cristiana. Al di là di tutte le diatribe tra gerarchia e movimenti, tra parrocchie e gruppi di base, tra laici e credenti, ciò che sembra tornare con inequivocabile puntualità è l'interpretazione moderna di una scelta di fede cristiana, convinta ed allo stesso tempo rispettosa delle conquiste filosofiche, pedagogiche, morali, politiche, avvenute fino ad oggi.

"Cosa" rende una persona cristiana? Qual'è il vero specifico che la distingue da chi cristiano non è? Questa domanda esige di essere presa in seria considerazione, tanto più urgentemente se si pensa al fatto che molte "azioni" o modi di pensare che un tempo erano desunti direttamente dal vangelo oggi sono, grazie a Dio, sempre più patrimonio comune e laico: è cioè possibile essere onesti, buoni, generosi, capaci di perdonare, di amare, di accogliere, senza riconoscersi affatto nella fede cristiana. E' addirittura possibile leggere il vangelo, conoscere gli insegnamenti di Gesù, apprezzarli, e non riconoscersi cristiani.

Il fatto che sia impresa ardua rispondere a tale domanda lo dimostra già il fatto che neppure siamo d'accordo su quanti i cristiani siano numericamente. Secondo alcuni i cristiani sono troppi, secondo altri non ne esistono più da qualche decennio. C’è chi pensa alla chiesa come una zavorra del passato, altri invece in essa vedono l’unica organizzazione capace di riunire masse enormi di persone sotto un unico ideale.

La chiesa fa parlare, la chiesa unisce, la chiesa divide. Se è però difficile, a livello personale, dare ragione della propria religione cristiana, tanto più la confusione esiste sul fatto di essere cristiani "cattolici". Essere cattolici significa andare alla messa? Farsi battezzare? Fare quello che dice il papa?

Dirsi cattolici non è cosa che abbia sempre avuto lo stesso significato nei secoli. Per i cristiani delle origini era un atto eroico, nel medioevo un atto segno di appartenenza ad una terra, ad una cultura ben precisa, poi lentamente Chiesa e Stato si sono separati, oggi ci troviamo in una società tecnologizzata, laica, che convive con l'apparato Chiesa riconoscendole una funzione moralizzante ed educativa importante. La Chiesa aggrega, accoglie il bisogno diffuso di credere nell'al di là, la Chiesa si impegna con i poveri, offre luoghi d'incontro e stili di vita più o meno ispirati al vangelo. Ma tutto questo ormai lo può fare chiunque, in alternativa o in collaborazione con essa. Ecco perchè penso che sia importante riflettere sull’identità del cristiano / cattolico, capire chi è veramente.

Chi è il cristiano?
La chiesa è costituita da Gesù nel cenacolo, quando Egli, durante l'ultima cena, lascia una peculiare eredità ai suoi discepoli. Essi, guidati dal suo Spirito, dovranno continuare ad annunciare quello che Dio ha preparato per l’umanità con le loro opere e con la loro parola. Fin qui pare tutto chiaro, senonchè, in alcuni passi del vangelo Gesù dice agli apostoli chiaramente che esiste una azione dello Spirito Santo anche al di fuori del loro gruppo.

"Ma Gesù disse: non glielo proibite, perché chi non è contro di noi è per noi"

Essi dunque dovranno annunciare una bella notizia che però non appartiene loro, non hanno diritti su di essa, non hanno potere di conferirla o di toglierla ad alcuno. Una notizia che addirittura può precederli sul loro cammino e mettere in discussione di nuovo le loro scelte future. Eppure sono dei privilegiati, Gesù mette nelle mani di alcuni pescatori della Galilea un tesoro prezioso, ultraterreno. Consegna proprio a loro la missione di evangelizzare tutto il mondo.

Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato.

Matteo 28,19

Mi sembra naturale che anche oggi, come allora, si cerchi di tener fede a tale comando. La chiesa ha spirito missionario e non si stanca di offrire la salvezza insita nel vangelo a tutti i popoli. Sarebbe un controsenso affermare che non è questo il suo ruolo. E’ importante però rivedere i termini con cui viene fatta questa proposta. La salvezza dell’anima cioè, non appartiene ad un esercito ben definito chiamato chiesa cattolica. La salvezza, nella fede cristiana, dipende unicamente dalla volontà redentrice di Dio Padre attraverso l’opera del Figlio. La chiesa non viene costituita da Gesù per mettere un paradiso in terra, non viene inserita nella storia per mostrare agli uomini "come si fa". Essa è costituita da uomini comuni, presi un po’ ovunque. Uomini che sono esattamente come gli altri e che per il fatto di essere battezzati ed inseriti nella comunità ecclesiale non sono affatto protetti dalle bassezze e dai limiti della natura umana.

Cosa serve allora essere nella Chiesa?

Se si cerca la ragione dell’essere cattolici nel comportamento dei cattolici si rimane delusi e frustrati. E’ ormai provato e riprovato che grano e zizzania sono irrimediabilmente intrecciati sia fuori che dentro la chiesa. E’ forse possibile, allora, essere cristiani e cattolici in un altro senso: Gesù stesso, pur sapendo a cosa sarebbe andato incontro, ha inventato una comunità che appunto è la chiesa, perché fosse chiara la sua presenza anche dopo la sua resurrezione. Dio agisce anche nelle altre religioni, anche in chi non ha religione e può salvare chiunque e fare quello che vuole, ma dando vita alla chiesa cattolica è come se avesse detto al mondo che esiste una strada particolare, indicata direttamente da lui, per camminare verso la beatitudine eterna. Per fare un esempio è come se in un quartiere non secolarizzato ad un certo punto il Comune intervenisse costruendo una scuola dell’obbligo. Lì, dice lo Stato, si deve passare per imparare a leggere e a scrivere. Ma ciò non toglie che qualcuno possa continuare ad imparare a leggere e a scrivere anche per vie diverse, magari stando con la nonna o nella bottega del babbo. Vi è una via preferenziale che è la scuola, ma questa non preclude però la possibilità di raggiungere gli stessi obiettivi anche per strade diverse.

Quando Gesù camminava su questa terra molti lo potevano conoscere, apprezzare, seguire, ma non tutti erano discepoli. Egli era "carne", era tangibile e proprio per questo era ben delimitato. Se era qui non poteva essere lì. I discepoli solamente avevano una sequela tutta particolare, direi fisica, che permetteva loro di avere una conoscenza di Gesù privilegiata. Questo non significava che essi fossero migliori degli altri o che fossero esonerati da fraintendimenti. E’ probabile che tra la folla, tra coloro che hanno visto Gesù solo sporadicamente e da lontano ci fossero persone che hanno cambiato la propria vita molto di più di quanto non abbiano fatto Pietro, Tommaso, Giacomo tutti intenti a distribuire pani e pesci, ma ciò non toglie che questi poveri peccatori reticenti abbiano avuto un bel privilegio nel poter far parte dei dodici.

La stessa cosa, anche se in dimensioni ben diverse, avviene oggi. Esiste una comunità di peccatori comunissimi e per nulla miracolati che ha una tradizione, un vangelo, una presenza sacramentale del Signore peculiare, unica. Esiste una chiesa che per quanto possa essere oggi molto diffusa non è certo presente ovunque camminino esseri umani.

Senza entrare in merito ai motivi di questi limiti è certo che dopo duemila anni di annuncio la maggior parte degli uomini non è cristiana, e tanto meno cattolica.

Questo però non dice nulla in relazione alla salvezza dell’anima che in ultima analisi rimane un dono personale di Dio alla singola persona. Dio guarderà la coscienza interiore, guarderà là dove le autorità della chiesa non possono vedere e farà le sue valutazioni secondo dei criteri per nulla umani. Per quel che sappiamo, dalla parabola dei talenti ad esempio, prima di dire "tu hai fatto poco" o "tu hai fatto molto" Egli guarderà ciò che ognuno in precedenza ha ricevuto, guarderà cioè quali possibilità c’erano in partenza, quale capacità di capire, di essere fedele, di amare, erano presenti nella persona. Guarderà quindi l’educazione ricevuta, la cultura nella quale si è cresciuti, e tanti altri elementi che a noi è difficile valutare e tantomeno ci è richiesto.

Questo non significa che la chiesa può rinunciare a proporre di diventare cattolici. Quel Dio che nel giorno del giudizio guarderà il cuore dell’indiano orientale come quello del cattolico occidentale, è lo stesso Dio che ha voluto precisamente questa chiesa cattolica che conosciamo e attraverso la sua mediazione vuole, in qualche modo, arrivare a salvare tutti.

E’ ancora un mistero, almeno per me, cosa questo in concreto significhi. Mentre mi auguro che i teologi ci aiutino a rispondere a questa domanda io mi accontento di capire quali sono le strade sicuramente sbagliate e quindi non percorribili.

La chiesa conosce il tesoro che le è stato affidato e ovviamente fa bene ad annunciarlo e a volerlo comunicare a tutti, ma questo annuncio, che pure và gridato sui tetti, non può essere fatto con l’angoscia di dover per forza convertire tutti, perché l’inferno incombe su chi non riceve i sacramenti!

Inoltre il fatto che Egli possa far santi tra gli arabi ed i buddisti significa che dall’altra parte, il fatto di essere cattolici per tradizione e formazione non implica affatto di avere un piede già in paradiso. In altre parole è come se qui sulla terra ci venisse data un’occasione particolare per comprendere il senso della vita e della morte attraverso l’annuncio che Gesù ha consegnato alla chiesa, ma questo non significa nulla a riguardo del giudizio ultimo sulla nostra vita. Due persone apparentemente uguali non avranno lo stesso giudizio, nell’ultimo giorno. Uno verrà preso e l’altro lasciato, dice Gesù.

Dunque la chiesa fa bene ad annunciare, ma deve tener ben presente che ancor prima che cattolici deve far dei cristiani e mentre annuncia la Persona di Cristo può e deve giudicare unicamente sé stessa, ben sapendo di aver ricevuto di più e di essere fatta di uomini di carne, come tutti gli altri.

Più essa annuncia sé stessa e fa leva sui miracoli e su promesse di guarigione o salvezza che non sono suo compito, e più la gente che ancora ama ragionare, la vedrà con sospetto e la valuterà secondo le sue azioni. Più invece essa annuncerà Gesù senza la preoccupazione di contare i suoi adepti, senza la preoccupazione di costruire, allargarsi, mettere ovunque il proprio sigillo, senza infine la preoccupazione di sembrare infallibile, capace quindi di chiedere scusa su tante questioni storiche che l’hanno vista protagonista di tristi vicende …quanto più, dicevo, farà questo e tanto più metterà le persone di fronte alla questione vera per la quale ha senso la sua presenza: ti interessa confrontarti con Gesù?

Non ha senso che essa punti ad essere appetibile o attraente per le sue caratteristiche esterne. Sarà molto più efficace indicare una meta e camminarci incontro insieme a tutto il genere umano, che porsi come la meta stessa dell’esistenza e con soddisfatto auto compiacimento dire "venite a noi". Tanto più che il non credente, o comunque il non praticante, pur attratto dalla figura di Gesù, non accetta più di essere un recettore passivo. Ha un'esperienza, ha una morale, un modo di vedere le cose di cui è orgoglioso, alle quali non è disposto a rinunciare. Eventualmente cerca un modo di far collimare le sue idee con quelle della fede. L'annuncio, insomma, deve tener conto di questo, non può pretendere di spazzar via tutto ciò che incontra, tanto più che anche in passato la Chiesa nell'incontro con altre religioni, si è solo arricchita culturalmente.

Una chiesa pellegrina, che vive in questo modo la propria missione saprà in partenza che il mondo non diventerà mai tutto esplicitamente cattolico, ma non si turberà per questo. Camminerà in un dialogo ecumenico con le altre fedi per trovare ciò che unisce, non ciò che divide. Metterà sempre in discussione le proprie scelte temporali, i propri metodi e allo stesso tempo non rinuncerà mai di indicare Gesù Cristo come punto d’incontro tra Dio e l’uomo. Una chiesa che sta dalla parte degli uomini puntando il dito verso Gesù Cristo, sarà la prima a gioire per le conquiste della tecnica, dell’arte, della scienza, della biologia, della filosofia, per i passi in avanti che verranno fatti anche da coloro che non si riconoscono nella sua fede, ma che pure in qualche modo misterioso e velato conducono ad essa, arrivano alle stesse conclusioni. Essa sarà capace di vedere attorno a sé molti cristiani e cattolici anonimi, persone che pur non riconoscendosi esplicitamente in essa, vivono gli stessi valori che essa persegue.

Come la chiesa dei primi tempi ha dovuto fare i conti sul fatto che la salvezza era rivolta anche ai pagani, così oggi è chiamata ad una nuova apertura. La salvezza operata nella resurrezione di Cristo è per tutti gli uomini, anche per quelli che non lo sanno, anche per coloro che seguono Dio in altre religioni, o che seguono semplicemente la rettitudine della propria coscienza. Per questo annunciare la coerenza con sé stessi, la lealtà interiore verso la propria coscienza, la fedeltà alla propria comprensione di Dio non è meno importante dell’annuncio esplicito di Gesù Cristo.

Questo per me significa rivedere tutta l’impostazione pastorale attuale ecclesiocentrica e finalizzata a sé stessa. Occorre fare una scelta di campo tra due visioni ecclesiali che fanno a pugni.

Anche dal Concilio Vaticano II è emersa questa scelta preferenziale.

La Chiesa , quantunque per compiere la sua missione abbia bisogno di mezzi umani, non è costituita per cercare la gloria della terra, bensì per diffondere, anche con il suo esempio, l’umiltà e l’abnegazione. Come Cristo infatti è stato inviato dal Padre a "dare la buona novella ai poveri, a guarire quelli che hanno il cuore contrito", a "cercare e salvare ciò che era perduto" così pure la Chiesa circonda d’affettuosa cura quanti sono afflitti dalla umana debolezza, anzi riconosce nei poveri e nei sofferenti l’immagine del suo fondatore…

Lumen Gentium, 8

Che fare?
A questo punto però sorge anche un'altro tipo di domanda. Io (io, come cattolico) devo prendere una posizione e mi trovo in una situazione difficile. Ha senso restare in questa Chiesa? Noi critici, noi stanchi dei suoi documenti, dei suoi anatemi; noi spretati, omosessuali, divorziati, faremmo un errore ad andarcene sbattendo la porta, così facendo la chiesa cambierebbe ancora meno e continuerebbe a bruciare le sue streghe senza tanti rimorsi. Così facendo faremmo il gioco di chi in essa non si fida dello Spirito.

Noi daremo molto più fastidio e soprattutto faremo una cosa davvero rivoluzionaria se nutriremo in ogni modo possibile la nostra gioia di essere cristiani e cattolici. La nostra "passione" per Cristo può parlare molto più delle stesse parole. Và strappato dalle mani di pochi monsignori il titolo di "cattolico", ce lo dobbiamo riprendere, perché è nostro, di tutti noi peccatori. Un Concilio Vaticano II ci ha appena detto questo. Quante volte nella storia colui che lanciava anatemi era in realtà molto più fuori dalla comunione cattolica del perseguitato. Dobbiamo riprenderci la nostra dignità di cattolici, và tirato fuori l’orgoglio di dirci parte di quella grande comunità in cui secondo Gesù ci sarebbe stato spazio per tutti. Dobbiamo trovare questo coraggio, perché qualcuno se ne è appropriato indebitamente!

Non serve più di tanto secondo me, lottare "contro" il papa, dirgliene di tutti i colori, abbassarsi al livello del Vaticano e sfornare contro-documenti su contro-documenti (come, ad esempio, rischia di fare il movimento “Noi Siamo Chiesa”).

Serve essere realmente chiesa. Serve tornare ad essere cristiani e cattolici. Vivere nella carne la presenza di Gesù Cristo, essere contenti di questo appellativo – cattolico - che invece ultimamente sta diventando sempre più sinonimo di "ipocrita", "falso", "servo del prete" o ben che vada "bigotto". Io sono cattolico, e non voglio tenere nascosta questa identità. Non voglio vergognarmene, non voglio dirlo tra le righe come se fosse un inciampo. Voglio incontrare Gesù in questa chiesa, perché Lui ha promesso che non l’avrebbe abbandonata mai, ed a lei ha lasciato i sacramenti della sua presenza.

Se faremo questa rivoluzione, questo capovolgimento di vedute, potremo guardare anche fuori delle nostre parrocchie con occhi diversi, meno invidiosi, meno impauriti, per scoprire tutte quelle persone, che pur restando affascinate da Cristo pensano di non essere più cattolici solo perché non se la sentono di rinunciare al preservativo, o convivono, o hanno litigato con un prete, o ancora, perché non si sentono interessate alle proposte della parrocchia.

domenica 16 settembre 2007

Quale Chiesa alternativa?

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Trovare difetti alla Chiesa cattolica non è difficile. Essa è lenta, retrograda, ha strutture pesanti, legate al passato. E' facile incontrare battezzati che si dissociano pubblicamente dalle sue scelte o che in modo stereotipato affermano: "io credo a modo mio". E' di moda criticare la chiesa, dire che predica bene e razzola male, che dovrebbe essere diversa... sì, va bene, dico io: ma diversa come? Su questo faccio fatica a trovare qualcuno capace di risposte realistiche e non banali. La vera sfida invece è proprio questa: non tanto criticare la Chiesa o rinfacciarle i suoi sbagli, quanto riuscire a proporre una via migliore "possibile". Una Chiesa "alternativa" non deve necessariamente fare tante cose diverse o in più, rispetto a quanto sta facendo ora. Bisogna invece convertire il metodo attraverso il quale nella Chiesa si ragiona, si prendono decisioni, si fanno scelte. Mi soffermo su questo metodo alternativo, perchè mi pare di grande importanza. Chiamerò il metodo vecchio con lo slogan "noi e loro", mentre quello nuovo con "un grande noi". Penso sia sbagliato - come fanno tanti cattolici - porsi di fronte alla chiesa per chiedere questo e quello. Quando bussiamo alla porta del Vaticano perchè lasci che il divorziato possa fare la comunione, il prete sposato il catechista, l'omosessuale una vita di coppia... abbiamo già fatto un mezzo passo falso. Infatti nella nostra testa è sempre lo schema vecchio che si ripete: loro sono la Chiesa, e noi il popolino; loro "legano e sciolgono" e noi commentiamo tali decisioni; loro in definitiva sono la Chiesa, sono in contatto con il Padreterno e noi siamo di qua, in attesa dell'ultimo comandamento. No, questa dicotomia, questa dualità così radicata in entrambe le parti è l'errore vero. Il Concilio ha detto che siamo un popolo di sacerdoti, noi tutti siamo Chiesa, e nessuno, da solo, è la Chiesa. Neanche il papa; neanche l'intero Vaticano. La dicotomia "noi e loro" è un reflusso del passato, che a suo tempo probabilmente è servita, ma che oggi rischia di essere controproducente. Un tempo la gente, meno scolarizzata, aspettava di conoscere il vangelo ed i precetti della Chiesa dal clero, ma oggi come oggi, questo modello non è più proponibile. Oggi non si è più cattolici per tradizione, per rispetto dei nonni o perchè lo Stato ce lo impone. Oggi - e questo è un bene - le persone sono spinte dai tempi, dalla maggiore informazione, dalla globalizzazione che ha coinvolto anche le religioni, a scegliere liberamente, con motivazioni personali, se credere o no, se appartenere ad una Chiesa o no. Un clero quindi che oggi continua a porsi nella vecchia posizione del "fate così perchè lo diciamo noi" non svolge la sua missione perchè non aiuta le persone a crescere interiormente. Si circonderà (e purtroppo ci sta riuscendo bene) di persone immature, che preferiscono una fede infantile, dove conta il miracolo, la gestualità scaramantica, l'aver "assolto il precetto", dove si confessano dei peccati senza aver capito bene perchè sono peccati, ecc... Una comunità di credenti maturi invece non avrà al suo interno dei "noi" e dei "loro". Avrà solo un grande noi, dai confini imprecisi, all'interno del quale sarà capace di ospitare anche posizioni diverse, persone scomode, traduzioni pratiche del vangelo contrastanti tra loro. La Chiesa alternativa possibile che spero nel mio cuore è quella dove nessuno può dirsi "la" Chiesa, "la" verità, "la" parola definitiva. In fondo dire che la Chiesa è quella là che sta in Vaticano è comodo: io nel mio piccolo posso sempre dissociarmi, dire che loro hanno sbagliato, e quando non so spiegare certe scelte, dire che loro lo hanno detto. Ma di una Chiesa così, che mi lascia credere nel mio Dio che solo a volte è uguale al suo, una Chiesa nella quale "entro" solo quando mi và, per prendere quello che mi và un pò come in un supermercato; una Chiesa così, alla lunga, diventa poco interessante. Tranquillizzante forse, ma poco interessante. E con questo vengo alla Chiesa alternativa: il fondamento per una Chiesa interessante, che resti quello che è da 2000 anni, ma che allo stesso tempo si rinnovi evangelicamente, è che io, ogni singolo io che la costituisce, si senta Chiesa. Attenzione: non sto dicendo quello che si sente in tante prediche: "partecipate alle attività della parrocchia altrimenti che cattolici siete!" No, questo è un annuncio minaccioso che finge di proporre una più larga partecipazione, e in realtà mantiene il cervello del laico a giusta distanza e punta tutto sulla presenza fisica dello stesso nell'ambiente parrocchiale, quasi che essere lì sia garanzia dell'essere cristiani. Sto parlando invece di un superamento vero, interiore, del modello "noi e loro". Io sono Chiesa e quando la Chiesa fa o non fa, dice o non dice, sono io che faccio e dico con lei. Questo presupposto fa si da una parte che il clero smetta di parlare a nome della Chiesa senza avermi prima consultato, e dall' altra mi responsabilizza terribilmente più di prima. Se la Chiesa prega, sono io che prego, se festeggia, sono io in festa. Se la Chiesa chiede perdono dei peccati del passato sono io che insieme a lei chiedo perdono dei peccati del passato e mi interrogo sulle ragioni di quei peccati, perchè mi riguardano, e non mi basta pensare che chi li ha fatti è stato un idiota! Se la Chiesa compie degli errori, o tace quando non dovrebbe, o non chiede perdono per le colpe di oggi, ecco che ancora una volta sono io che in quanto parte di lei sento il bisogno di dirglielo, di scuoterla, di cambiarla. Perchè lei non è altro da me, e se io vedo il suo errore devo dirglielo. Và da sè che se ogni cattolico comincia davvero a sentirsi Chiesa di cose ne cambieranno parecchie. Innanzi tutto si discuterà molto di più, si farà molta più fatica a trovare un accordo, ci si arrabbierà e tra tante opinioni qualcuno comincerà a scoraggiarsi e a non capirci più niente. Ma non dovremo scoraggiarci: quell'arrabbiatura è benedetta, è il passaggio da una fede immatura ad una matura. La mancanza di certezze, documenti, parole calate dall'alto, ci responsabilizzerà: cominceremo a dire responsabilmente la nostra opinione, valutandone le conseguenze, e non con la strafottenza di chi dice quel che gli pare, tanto lui è fuori... Impareremo a tenere conto del punto di vista gli uni degli altri. Impareremo ad aspettare, a convivere con il dubbio, con questioni che non si risolvono facilmente con la bacchetta magica. Impareremo a pregare perchè lo Spirito Santo ci illumini. Oggi come oggi chi dissente è silenziosamente invitato a smetterla o andarsene: in questa Chiesa invece c'è spazio per dissentire perchè ciò che ci tiene uniti non è una teoria, non è un documento, nè le definizioni dogmatiche del Magistero o del catechismo. Ci tiene insieme la stessa fede in Gesù Cristo nato, morto e risorto: un fatto allo stesso tempo sconvolgente e misterioso, cioè avvolto nel mistero, ancora non del tutto compreso. All'inizio dicevo che non serve bussare alle porte del Vaticano per chiedere tante licenze secondo il modello "noi e voi". Ora posso chiarire meglio il mio pensiero. Quello che conta non è bussare o non bussare. E' superare il modello vecchio. E' sapere che quando parli con il vescovo, così come quando parli con il vicino di panca, parli con una realtà che ti appartiene, che è parte di te. E come sono paziente con una parte del mio corpo che all'improvviso potrebbe ammalarsi o diventare più lenta delle altre, così lo sarò con i miei fratelli nella fede. Ed insegnerò loro a fare altrettanto: i nostri fratelli vescovi, i fratelli preti più o meno celibi, anche loro devono riscoprire ogni giorno quanto sia grande, misteriosa e aperta la Chiesa, e quanto il loro stesso compito diventi meno gravoso, più umile e cristiano, se anzichè parlare in nome di Dio, cominciano a pensarsi come un pezzetto di un tutto ben più grande.
M.B. 29/09/06
Ringrazio Antonio Thellung, per avermi aiutato in questa riflessione con il suo libro "Con la Chiesa, oltre la Chiesa", Cittadella Editrice.