domenica 14 marzo 2010

Il ritorno del figlio perduto


C'era una volta una donna che aveva due figli.
Il più giovane disse alla madre: "Voglio andarmene. Qui ho tante comodità, ma mi sento soffocare, ed ho bisogno di fare le mie esperienze."
Lei, a malincuore, lo lasciò andare. Quel figlio non prese con sè la parte di patrimonio che gli spettava, né tanto meno andò a sperperare quel poco che si trovò nelle tasche. Cercò di ricostruirsi una vita daccapo insieme ad una compagna, sperimentò il mondo del lavoro in un alternarsi di soddisfazioni e delusioni.
La madre non lo odiò, non gli mandò contro disgrazie o minacce, ma fece di tutto per cancellarlo dalla propria memoria. Il ricordo di quel figlio era per lei troppo doloroso, quasi scandaloso, e così si sforzò di non pensarlo fino quasi a dimenticarlo. In fondo aveva ancora con sè l'altro figlio che gli dava delle belle soddisfazioni: era fedele e devoto e non sembrava così turbato per la mancanza del fratello, nonostante il tanto lavoro da fare.

 
Qui potrebbe finire la storia. La ferita della separazione sembra aver trovato il suo rimedio: ognuno, almeno apparentemente,  ha trovato sollievo per la propria sofferenza. Ma solo apparentemente. Vi è qualcosa, in un legame di sangue, che nulla può sostituire e nessuna lontananza può mettere a tacere.
 
Il figlio imparò a camminare con le sue gambe, fece esperienze nuove in condizioni che non avrebbe mai incontrato restando al sicuro al focolare della madre. Man mano che la sua esperienza e capacità di gioire cresceva ecco che però in lui prendeva posto un risentimento sempre maggiore. Ogni notte il sonno della madre era inquieto, il suo umore pessimo, evitava le feste e sembrava presa da una sempre maggiore bramosia di allargare i suoi confini, crescere in potenza e rispettabilità.
Per il figlio le cose non andavano molto meglio. Dapprima quella separazione si trasformò in amarezza: cominciò a pensare che se le cose tra loro non avevano funzionato la colpa era stata della madre, troppo rigida nei suoi schemi e attaccata alle proprie usanze. La cominciò a criticare ferocemente pensando di essere diventato un uomo libero di pensare e dire quel che vuole senza timori ed ipocrisie. Ma ecco che più rabbia riversava fuori e più se ne ritrovava dentro; la sua pace, tanto faticosamente riconquistata sembrava di nuovo in pericolo; il suo passato una ferita aperta, per nulla rimarginata.
Poi, un giorno, il figlio arrabbiato incontrò un uomo che gli cambiò la vita.
Fino ad allora tutti gli avevano detto: "Hai ragione! Hai coraggio! Continua così!"
Quell'uomo invece gli disse: "Tu sei fesso a startene lontano da lei. Io una madre non ce l'ho. Sono orfano. Se io avessi una madre sarei l'uomo più felice del mondo. Che t'importa se non capisce le tue esigenze, se è dura, ignorante? Che importa se dovrai litigarci ogni giorno!? L'importante è avercela, una madre."
A questo aspetto non aveva pensato. Aveva sempre dato per scontato che sua madre fosse una madre e lui un figlio. Allora smise di sputare sentenze e cattiverie. Smise di fare la vittima e cominciò a sentirsi fortunato. Essere figlio era la sua fortuna.
Con questa nuova convinzione tornò alla casa materna: non per chiedere scusa, né per rinnegare le sue esigenze ed il suo punto di vista. Volle soltanto guardarla nuovamente negli occhi e dirle "tu sei mia madre". Lei lo vide arrivare che lui ancora era lontano, ma ecco gli corse incontro, quasi non aspettasse altro che quel momento.
"Madre" gli disse, "Tante cose ci allontanano. Tante cose io farei in modo diverso. Facciamo in modo che questa diversità non ci separi più ".
"Figlio mio...", rispose la madre commossa, e senza riuscire a dire altro lo abbracciò.
L'altro figlio vide la scena da lontano e rimase un pò contrariato.
Disse tra sè: "Ma allora a che serve essere rimasto fedele ed obbediente?" E si chiuse in silenzio nelle sue stanze.
Quando la madre riuscì ad avvicinarlo gli disse: "Cerca di capire: io dovevo far festa! Questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato".

 
E’ così che oggi io rileggo la parabola di Luca 15. Rivolta a me, ex prete, figlio che se ne è voluto andare dalla casa materna. Figlio inquieto, capace di buttare all’aria una cosa grande come il sacerdozio pur di non soccombere sotto il peso di una sacralità troppo lontana dalla vita reale. Io, come tanti altri, mi ritrovo ora libero, ma orfano. Oh certo, ho tanti amici, una famiglia, un lavoro… ma quell’ideale grande che mi aveva preso sui vent’anni, quel desiderio di essere Chiesa per il quale avevo deciso di dare la vita, dov’è finito? Io penso non sia giusto fingere che non ci sia mai stato, e non è giusto neppure dire “mi ero sbagliato”, “non era la mia vocazione”. Altroché se lo era!
Abbiamo avuto dei problemi che il tempo non ha certo risolto o reso meno aspri. Diversità di vedute, di prospettive, di valutazione. Non per questo però, potrò “lottare contro” la Chiesa. Non è giusto, infatti, neppure farsi prendere dalla rabbia ed ingaggiare una battaglia con la Chiesa alla stregua dei radicali o delle sette ad essa avverse. Lei ha fatto con me degli errori, ma è mia madre. Anch’io ne ho fatti con lei, ma resto suo figlio: bene o male devo ammettere che è lei che mi ha aperto all’esperienza di fede. E come in una famiglia in cui i genitori non capiscono i figli ed i figli i genitori, così è accaduto a noi. Questo però non significa che non si sia più figli o genitori.
Credo che cominceremo a capirci solo quando uno dei due inizierà a chiedere scusa all’altro. Credo che tutti dobbiamo convertirci, ma nessuno lo farà se si sente giudicato. Credo che noi ex preti, ex suore, noi omosessuali, divorziati risposati, noi che non possiamo più accedere ai sacramenti, siamo ancora Chiesa. Sì, noi siamo Chiesa: questo la Chiesa non ce lo nega. E questo è il punto di incontro, il punto di forza. L’accusa solitamente suscita la contro accusa, l’esclusione vicendevole, la separazione. Ma restandocene fuori non potremo mai cambiarla, nostra madre. Se invece resteremo dentro dovranno prima o poi fare i conti con noi, prendere atto che esistiamo e che magari tra noi ci sono anche persone carismatiche, santi, cristiani esemplari. Quella che ci si prospetta davanti è una sfida vera e propria: convincere la Chiesa che anche noi siamo Chiesa.
La Chiesa è rimasta sconvolta quando ce ne siamo andati, ma ancor più lo sarà al nostro ritorno. Noi busseremo, e busseremo ancora, finchè qualcuno non ci aprirà uno spiraglio. Quella è anche casa nostra, non dobbiamo dimenticarlo. La Chiesa è rimasta ferita quando ci siamo tolti la veste, ma la vera tragedia in realtà avviene quando si perde la fede, e questo di solito accade dopo, quando cala il sipario sullo scandalo, quando si rimane soli a fare i conti con la propria miseria. Molti nella Chiesa pensano che nel momento stesso in cui ce ne andiamo, perdiamo anche la fede; non sanno che non è così, dobbiamo dirglielo che non è così e che se qualcuno perde la fede, accade dopo! E proprio a causa di quelli che ci danno per “palla persa”.
Non ci basta più non perdere la fede. “Fede” per un cattolico richiama fortemente il concetto di “Chiesa” e noi non vogliamo costruire una Chiesa nuova, come fecero secoli addietro i Protestanti o gli Anglicani. Noi vogliamo essere “questa” Chiesa ed il miglior modo per farlo sarà proprio quello di comportarci come se fossimo dentro, accettati per quel che siamo. Dal di dentro non reagiremo alle offese, ma perdoneremo; e non condanneremo, perché noi per primi non amiamo essere condannati, e soprattutto perché Cristo non ci ha condannati. La Chiesa ha bisogno di essere corretta con amore: tanti la osannano ciecamente rifiutando di riconoscere i suoi ritardi e le sue piaghe; tanti altri la giudicano spietatamente, desiderosi più di vendicarsi che di cambiarla. Noi non saremo né degli uni, né degli altri.
Tutti son capaci di litigare, di separarsi, di mandarsi al diavolo. Se facciamo questo, a che serve la nostra fede? Essa non ci chiede di chinare il capo e di non far valere le nostre idee, ma di esporle in modo ecclesiale, nella Chiesa, nella convinzione che nessuno ha tutta la verità in tasca, e se qualcuno compie sbagli madornali non và maledetto, ma aiutato.
Non credo nell’accusa, nel dito puntato, negli anatemi contro chi per primo mi ha anatemizzato. Non credo nella guerra. Credo nella potenza del perdono.

1 commento:

evergreen ha detto...

La Madre in luogo del Padre dà un senso nuovo al ritorno e all'abbraccio del figlio...