venerdì 22 febbraio 2008

Il discorso alla Sapienza


Come spesso accade a questo papa, una cosa sono le cose che dice ed un’altra quelle che accadono in seguito a quello che dice. Così è successo in seguito al discorso di Ratisbona, strumentalizzato da frange estremiste; così per la vicenda legata alla copertura dei preti pedofili dove sembra che da cardinale abbia preso posizioni poco chiare, in contrapposizione alle scelte attuali; così è stato per il libro “Gesù di Nazaret” e così, infine per il discorso mancato all’Università di Roma La Sapienza previsto per il 17 gennaio scorso.
Una cosa è la risonanza del gesto di essere andato – o non andato - nel tal posto per dire certe cose, e ben altra è andare a vedere cosa realmente dice.
Personalmente il più delle volte disapprovo la puntuale strumentalizzazione di cui il Pontefice è vittima. E’ come se fosse in una posizione di stallo, non può dire più niente che subito viene estrapolata una frase dal contesto, letta come indicazione per votare in un modo o nell’altro, vista come una posizione contro i musulmani, contro gli ebrei, ecc…
Questo non è giusto. Questo, nel mondo globalizzato e della libera comunicazione, è il nuovo modo per zittire chi parla: fargli confusione attorno, fargli dire quello che non ha detto, buttarla in rissa.
Allo stesso tempo però vi è quello che il papa realmente dice e intende dire. Su questo, e non su tutto ciò che vi sta attorno, io generalmente mi esprimo, e spesso mi ritrovo non d’accordo.

Per andare all’allocuzione alla Sapienza, vorrei esprimere un certo apprezzamento con qualche riserva finale. Leggere questo discorso senza tenere conto di tutto quello che è successo in quei giorni è veramente difficile, ma ne vale la pena, perché tra le righe sembrano parecchie le aperture di cui questo papa solitamente non sembra un gran paladino.
Il papa inizia elogiando l’università che lo ha invitato per il suo lavoro fatto sia quando essa era sotto lo Stato Pontificio che dopo.
Sia nel tempo in cui, dopo la fondazione voluta dal Papa Bonifacio VIII, l’istituzione era alle dirette dipendenze dell’Autorità ecclesiastica, sia successivamente quando lo Studium Urbis si è sviluppato come istituzione dello Stato italiano, la vostra comunità accademica ha conservato un grande livello scientifico e culturale, che la colloca tra le più prestigiose università del mondo
E’ un riconoscimento importante, tanto più che il fatto di essere una università ormai laica non viene sottolineato come una sconfitta o un decadimento, ma come una cosa giusta e sacrosanta.
Certo, la "Sapienza" era un tempo l’università del Papa, ma oggi è un’università laica con quell’autonomia che, in base al suo stesso concetto fondativo, ha fatto sempre parte della natura di università
L’università nasce dal desiderio umano di conoscere la verità e la Chiesa non impone la sua verità, come non deve farlo lo Stato, altrimenti non vi sarebbe ricerca.
Nella sua libertà da autorità politiche ed ecclesiastiche l’università trova la sua funzione particolare…

Bene, questo basterebbe per farmi dire che questa volta Ratzinger mi è piaciuto. Ma andiamo avanti.
Il papa si chiede per cominciare chi è il papa e cosa è l’università. Per poi dirigersi verso la questione: cosa và a dire un papa in una università.
Il papa, dice Ratzinger, è diventato sempre di più anche una voce della ragione etica dell’umanità.
Il papa, si sa, è il capo della Chiesa, il pastore riconosciuto e accolto come tale dal mondo cattolico, ma per le vastità della Chiesa, ascoltato e tenuto in grande considerazione anche da chi cattolico non è. Il papa è diventato questa voce importante. Non è, ma è lo diventato per esigenze storiche: secondo me c’è una bella differenza.
Quando poi il papa risponde al “che cosa è l’università?” comincia a parlare della ricerca della verità. Qua ho cominciato a tremare, perché conoscendo la sua devozione per san Tommaso d’Aquino, temevo ce lo riproponesse come modello da seguire.
Invece il papa cita un non cristiano. Cita Socrate. E da lui parte per indicare la ricerca greca della verità come l’approccio giusto, quello che più è piaciuto ai cristiani dei primi secoli, per porsi di fronte alla realtà.
Le religioni politeiste vedevano dei dappertutto. La realtà era pervasa di divinità, e su questa base non si permettevano di indagare, di chiedersi, di approfondire, perché sarebbe stato un atto sacrilego, un andare a sbirciare nelle stanze degli dei. Il Dio cristiano invece è creatore. E’ cioè ben diverso dalle cose, in quanto ne è l’Artefice. Ciò desacralizza la realtà e la rende indagabile. In questo senso si può dire che la Chiesa si è subito trovata in sintonia con una filosofia che si chiedeva il perché delle cose senza tanti tabù, e si può dire pure che la Chiesa è in qualche modo madre della scienza.
La verità che cerca il cristiano però, dice il papa, non è solo una verità teorica, ma un’esperienza di ciò che è bene per l’uomo.
La verità non è mai soltanto teorica… Verità significa di più che sapere.
La verità si conosce anche con l’esperienza. Che voglia dire “l’esperienza religiosa”?
Traspare tra le parole del papa la voglia di dire “io conosco la verità e ve la dico”, ma non lo fa – per ora - e questo è apprezzabile.
Che cosa è ragionevole? Come una ragione si dimostra ragione vera?...
Questa è una domanda per la quale bisogna sempre di nuovo affaticarsi e che non è mai posta e risolta definitivamente. Così, a questo punto, neppure io posso offrire propriamente una risposta, ma piuttosto un invito a restare in cammino con questa domanda.

Difficile credere che colui che ha scritto queste righe è lo stesso che ha scritto la Dominus Iesus, però è così.
Una verità dunque che và sempre cercata, che cerca il bene dell’uomo e che non segue interessi, maggioranze, mode, partiti o religioni.
L’università nasce come giusto bisogno di autonomia della ragione rispetto alla fede. Nei primi secoli la Chiesa ha stretto un forte legame tra la sua Verità e quella filosofica, ma erano tempi, come dicevamo, pieni di divinità e questo è sembrato ai Padri il modo migliore per valorizzare l’una e l’altra. Quando invece nacquero le università i tempi erano ben diversi. Vi era ormai un solo Dio ed una sola religione. Erano maturi i tempi perché la ragione non fosse più asservita alla fede ma percorresse la sua strada in autonomia, a partire da quelle discipline che allora sembravano più autonome rispetto alla verità rivelata. La medicina, il diritto, la filosofia.
Bisognava sottolineare in modo nuovo la responsabilità propria della ragione, che non viene assorbita dalla fede.
In questo cammino di legittima autonomia della ragione dalla fede, che - il papa sottolinea-, nasce all’interno della Chiesa, si è giunti alla consapevolezza di quanto essa fosse necessaria.
Varie cose dette da teologi nel corso della storia o anche tradotte nella pratica dalle autorità ecclesiali, sono state dimostrate false dalla storia e oggi ci confondono.
Ciò non deve però oggi portare a giudizi negativi affrettati sulla Chiesa che comunque, al di là degli errori fatti ha contribuito non solo con le università al bene della società.
La storia dei santi, la storia dell’umanesimo cresciuto sulla basa della fede cristiana dimostra la verità di questa fede nel suo nucleo essenziale, rendendola con ciò anche un’istanza per la ragione pubblica.
Qui il papa a mio parere comincia a camminare sugli specchi e a giocare con le parole. Certo che il cattolicesimo ha avuto un influenza positiva nella cultura occidentale ed oggi viene sottolineato invece prevalentemente l’aspetto autoritario e despota che ha macchiato la storia cristiana. Però egli cade nel dire quello che a mio parere si era sforzato di non dire fino ad ora, e cioè che la sua Verità, quella derivante dalla fede, è dimostrata dalla storia come valida di fronte alla ragione.

In conclusione del discorso il papa passa ad un breve quadro dell’università moderna, ricordandole la fedeltà alle sue origini ed al suo scopo e mettendola in guardia da pericoli insidiosi che attaccano proprio l’idea di ricerca della verità, che mai può dirsi conclusa.
Il pericolo del mondo occidentale …è oggi che l’uomo, proprio in considerazione della grandezza del suo sapere e potere, si arrenda davanti alla questione della verità. E ciò significa allo stesso tempo che la ragione, alla fine, si piega davanti alla pressione degli interessi e all’attrattiva dell’utilità, costretta a riconoscerla come criterio ultimo.

Peccato che di fronte a questa lucida analisi il papa non riesca ad andare oltre alle risposte che vengono dalla fede cristiana.
Se … la ragione – sollecita della sua presunta purezza – diventa sorda al grande messaggio che le viene dalla fede cristiana e dalla sua sapienza, inaridisce come un albero le cui radici non raggiungono più le acque che gli danno vita. Perde il coraggio per la verità e così non diventa più grande, ma più piccola.
Ritengo che questo sia un punto da chiarire, in cui torna fuori il vecchio papa che dopo aver parlato dell’autonomia delle realtà terrene, torna a vedere nella propria fede l’unico modo per essere veramente razionali, laici, buoni.
Non chiedo al papa di non parlare di Gesù Cristo, e neppure di non annunziare la buona novella. In fondo è lì come papa, ed è stato invitato. Però si potrebbe trovare un modo di parlare della propria fede meno “obbligante”, meno razionale e appunto per questo più rispettoso della ragione. Per questo papa è sempre “logico” abbracciare la fede, è sempre la cosa più “ragionevole” da fare. Non so se si rende conto di quanto offenda tante persone logiche e ragionevoli che però non credono in Gesù.
Ciò che segue sono le parole conclusive, d’effetto, riportate in modo strumentale dai media, che però perdono la loro portata se lette di seguito alla citazione precedente.
Che cosa ha da fare o da dire il Papa nell’università? Sicuramente non deve cercare di imporre ad altri in modo autoritario la fede, che può essere solo donata in libertà…

A mio giudizio il bilancio è positivo. Difficile aspettarsi di meglio da un papa che sulla “verità” e la “ragione” ha detto ben di peggio, ad esempio nella Spe Salvi.
Mi pare che ne sia uscita una lettura storica che rispetta grandemente la ragione e conferma in diversi passaggi la sua autonomia rispetto alla fede. Un grande apprezzamento per l’uomo che cerca, che studia, che si fa domande e non si accontenta delle risposte degli altri.
Prendiamo questo e tralasciamo il già visto.
Mauro Borghesi